Archivio per la categoria ‘Biting its own TALE’


Anno: 2012

Regista: Simon West

Sceneggiatura: Richard Wenk, Sylvester Stallone, Ken Kaufman, David Agosto, Dave Callaham

Genere: Azione

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C’era una volta, un mondo pieno di violenza, di terribili criminali con piani assurdi per conquistare o distruggere il mondo, di spietate macchine omicide venute dal futuro, di trafficanti senza scrupoli. Un mondo dove vigeva la legge del più forte. In questo mondo tre uomini erano re e i loro nomi brillavano come stelle nel firmamento di hollywood: Sylvester Stallone, Arnold Schwarzenegger e Bruce Willis. I tre grandi più grandi del cinema d’azione, di tutti i tempi.

Il primo “I Mercenari” era riuscito a regalarci solo pochi secondi con questa Trinità al completo, ma già quel poco ci aveva fatto pregustare le potenzialità di questa riunione, per questo motivo non potevo che nutrire grandi aspettative per questo seguito. Queste aspettative sono state rispettate? Andiamo con ordine.

Se di questa breve introduzione non avete capito nulla i casi sono due: o non avete visto “I Mercenari”, primo capitolo di questa serie,  oppure non avete mai visto un film di uno dei tre suddetti attori.
Il primo è un peccato perdonabile senza problemi: non vi siete persi nulla. Il secondo assolutamente no: rimediate.

Ma cos’è quindi questo “I Mercernari 2”? Fondamentalmente, come il suo predecessore, non è altro che un pretesto per riunire sullo schermo il maggior numero di nomi celebri legati al cinema d’azione. Abbiamo quindi Jason Statham, Jet Li (anche se per poco questa volta), Dolph Lundgren, Jean-Claude Van Damme, una poco nota (almeno in occidente) Nan Yu, la Trinità di cui sopra e l’inevitabile Chuck Norris!

Chuck Norris può tagliare un coltello caldo con del burro.

La prima conseguenza della natura di questo film è che la trama poteva anche non esserci. La posso riassumere in quattro parole: il cattivo va ammazzato. Ecco, ora sapete tutta la storia del film. Chiedo scusa per avervela spoilerata.

La seconda conseguenza è che i personaggi non esistono, o meglio, c’è un solo personaggio: l’uomo duro macho figo con un passato turbolento e un cuore di pietra, ma tenero all’occorrenza. Fantastico!

Ma… va tutto bene! Diciamocelo, se siamo arrivati fino al cinema e abbiamo comprato il biglietto, se ci siamo seduti su quella poltrona davanti a quello schermo, siamo pienamente consapevoli di cosa stiamo andando a vedere e della trama o dei personaggi non ce ne frega niente. Siamo qui per vedere il maggior numero possibile di morti sbudellati, tritati da mitragliatrici, detonati da granate, schiacciati da prese letali, il tutto condito da commenti ridicoli e “da veri duri”.
Se avessimo voluto trama e personaggi ci saremmo rivolti a Shakespeare…

Essere o non essere? Non essere!

Per tutti questi motivi sorvolerò su recitazione, trama, sceneggiatura e tutte quelle cose a cui di solito do un sacco di importanza e creerò un nuovo insieme di parmaetri ad hoc per valutare questo film: lo spargimento di sangue, l’autocitazionismo e la tamarraggine.

Partiamo dallo spargimento di sangue. I mercenari 2 si attesta su buoni livelli da questo punto di vista. Il sangue scorre copioso e, anche se non siamo ai livelli di eccellenza di Rambo IV, non si esce di certo delusi dalla sala. Si nota però un certo buonismo diffuso che non mi sarei aspettato, per cui molte delle scene e delle uccisioni più cruente non vengono mostrate chiaramente. E’ possibile che si tratti di una scelta volta ad abbassare il target del film includendo anche le fasce più giovani, ma ciò non toglie che una scelta di questo tipo vada un po’ contro quella che è la filosofia fondante del film.
Ma non stiamo a sottilizzare su questi particolari e passiamo al secondo, ben più importante parametro: L’autocitazionismo.
Da questo punto siamo ai massimi livelli. Gli attori (perchè non si può proprio parlare di personaggi) citano continuamente sé stessi e i loro film più famosi. L’apice lo si raggiunge con l’ormai mitologico Chuck Norris, sul quale non vi dico nulla,… ma aspettatevi grandi cose! In più di un occasione il film riesce in questo  modo a strappare al pubblico una risata e, perché no? anche un applauso, quindi direi che da questo punto di vista il bersaglio sia stato centrato in pieno.

Giungiamo quindi al terzo e ultimo metro di valutazione: la tamaraggine. E qui ci sono le note dolenti. La tamarraggine c’è, ma ne volevamo decisamente di più. I Mercenari 2 non riesce da questo punto di vista a reggere il confronto con i colossi del passato (Last Action Hero, i vari Die Hard, Rambo, Commando, True Lies… si sono di parte, Schwarzenegger non ha rivali). Si, le frasi ad effetto ci sono, le scene al limite del ridicolo anche… ma non sono così tante quanto si vorrebbe e sono contornate da alcuni momenti poco significativi, riempiti da, orrore degli orrori, dialoghi! Dialoghi di non-personaggi che vorrebbero forse dirci qualcosa… non ce ne frega niente, avanti col prossimo morto ammazzato!

Insomma, per dirla tutta, questo film aveva delle grandi potenzialità, ma secondo me, non ha saputo sfruttarle a pieno. La Trinità c’è, ma non è presente quanto vorremmo e Stallone e Statham, che sono di fatto i protagonisti, non riescono da soli a reggere tutto il film, che purtroppo finisce per essere vittima di diversi momenti morti in cui l’interesse scema notevolmente, complice anche l’assenza di un qualunque spessore nella trama.
Nonostante questi difetti il film è abbastanza godibile e, sicuramente, se siete cresciuti a pane e terminator, non potrete rimanere indifferenti al ritorno sul grande schermo di questi grandi divinità del passato…

Se però non siete fan, evitate pure con tranquillità di andare al cinema e, soprattutto, non pensate nemmeno per un momento di portare con voi la vostra ragazza. Questo è un film per soli uomini dove il testosterone scorre a fiumi. Le donne non servono a niente!

Concludendo quindi, obiettivo raggiunto solo a metà per il nuovo film di Stallone. Peccato, perché poteva essere un grande omaggio agli idoli della nostra gioventù cinematografica. Ma io non perdo la speranza, del resto il primo i Mercenari faceva schifo, questo invece era decente e dato che Stallone sta già reclutando nuovi soldati per il terzo… beh, non ci resta che attendere!

Nel frattempo, vi lascio con un aneddoto su cui riflettere: sapevate che Chuck Norris non ha mai indossato occhiali nella sua vita? Se lui non può vedere qualcosa allora quella cosa non esiste!

Meditate gente, meditate…


Anno: 2012

Regista: Christopher Nolan

Sceneggiatura: Jonathan Nolan, Christopher Nolan, David S. Goyer, Bob Kane

Genere: Azione

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Attenzione: questa recensione presuppone che voi abbiate già visto il Cavaliere Oscuro. Se non l’avete fatto.. male! Molto male! Cospargetevi il capo di cenere e correte a procurarvene una copia, possibilmente comprandola, possibilmente in blue ray… non ve ne pentirete. E poi ovviamente tornate qui per leggere questa recensione del seguito del suddetto capolavoro.

Sbrigata la premessa, dedichiamoci ora al nuovo film di Christoper Nolan. Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno (titolo davvero orribile) riprende le fila della saga di Batman diversi anni dopo la conclusione del film precedente. Gotham è ormai una città sicura, Harvey Dent è un eroe conclamato e il nostro eroe mascherato è scomparso nel nulla dopo essersi preso la colpa della morte del procuratore Dent, per sventare il piano del (mai troppo compianto) Joker.

E che dire di Bruce Wyane? Il playboy miliardario alter-ego di Batman, interpretato ancora una volta da un ottimo Christian Bale, vive ormai una vita da recluso e sembra invecchiato di vent’anni, sotto il peso schiacciante dei suoi fallimenti passati, tra i quali risalta la morte della sua amica e unico amore: Rachel Dawes.

Già da subito, quindi, capiamo che questo non è solo l’ennesimo capitolo della saga, non si tratta di un semplice nuovo episodio della storia di Batman. No signori, questa è la fine, la conclusione e quindi ci si può aspettare di tutto.

Nella prima mezz’ora il film promette tantissimo, creando un’atmosfera abbastanza tesa e carica di attesa per il terribile confronto che sappiamo arriverà presto tra l’eroe mascherato e la sua nuova Nemesi: Bane (Tom Hardy).

Quest’ultimo è uno strano personaggio, caratterizzato nel film da un singolare doppiaggio che ancora non so se mi è piaciuto davvero oppure no. I fan della celebre e riuscitissima serie di cartoni animati di Batman trasmessa in italia, ricorderanno questo villain come un bruto scarsamente intelligente ma dotato di una forza sovraumana.

Niente di più sbagliato. Nolan infatti si rifà al Bane del fumetto e, per alcuni elementi, alla saga nota col nome di Knightfall (che vi consiglio di leggere, dopo che avrete visto il film), apportando poi al personaggio le inevitabili modifiche, necessarie per conferirgli la necessaria credibilità.

Ancora una volta infatti la parola chiave della personale interpretazione di Nolan del Cavaliere di Gotham è “realismo”. Bane non è quindi assuefatto ad una potente droga che ne aumenta a dismisura la forza, ma è semplicemente dotato di una inquietante maschera che lo aiuta a respirare e oltre a disporre di una forza notevole, come nel fumetto, è dotato anche di un fine intelletto che metterà a dura prova le capacità del Cavaliere Oscuro.

Non ha il carisma del Joker, ma ci possiamo accontentare

Nell’analizzare Bane, vero motore dell’intera vicenda, è inevitabile il confronto con il Joker del precedente capitolo, interpretato magistralmente da Heath Ledger. Qual’è quindi l’esito di questa sfida tra villain carismatici?
Come è facile immaginare il Joker rimane imbattuto. L’interpretazione di Hardy mi è piaciuta molto e anzi sono rimasto piacevolmente colpito da alcune scene, tuttavia Ledger non ha dalla sua parte solo le sue invidiabili capacità di attore, ma anche lo schiacciante carisma di un personaggio come quello del Joker, che più di ogni altro riesce ad incarnare l’antitesi di tutto ciò che è Batman con uno stile unico.

Se il cattivo, pur rimanendo superiore alla media, non è all’altezza del precedente, l’impianto narrativo è questa volta molto più ambizioso e di ampio respiro, ma prima di analizzarlo occorre parlare del terzo elemento che compone il tripode di personaggi su cui si regge tutta la trama del film: Anne Hataway, nel ruolo di Selina Kate AKA Catwoman.

Sinceramente non sono mai stato un gran fan del personaggio di catwoman e, da quando ho saputo che sarebbe comparsa nel film, non ho potuto trattenermi dal pensare che Nolan stesse cercando di inserire troppi elementi nel plot.
Il personaggio di Selina si inserisce invece molto bene negli ingranaggi della storia, complice anche una brillante, a mio parere, interpretazione della Hataway, che riesce a farci dimenticare sia la terribile (non tanto per colpa sua) Hale Berry, sia la giustamente blasonata Michelle Pfeiffer.

Alt! Prima che i fan della Pfeiffer mi mangino vivo, voglio precisare che questa è solo la mia opinione. Se la pensate diversamente o volete approfondire l’argomento “Anne vs. Michelle” vi rimando questa pagina (purtroppo in inglese).

Fanno da contorno ai tre personaggi principali i soliti Comissario Gordon (Gary Oldman), Lucius Fox (Morgan Freeman), Alfred (Michael Caine) e Jonathan Crane AKA Spaventapasseri (Cillian Murphy) , tutti perfettamente calati nei loro ruoli, a cui si affiancano due nuovi arrivati Miranda Tate (Marion Cotillard) e John Blake (Joseph Gordon-Levitt), sui quali è meglio non dire nulla per evitare spoiler, ma che comunque si attestano sullo stesso livello del resto del cast.

Il cast

Esaminato nel dettaglio il cast, passiamo all’impianto tecnico. Non c’è bisogno che lo dica ma anche qui ci attestiamo su livelli eccellenti. La fotografia è magnifica, gli effetti speciali sono ottimi e spettacolari senza scadere nell’esagerazione (cosa che avrebbe potuto intaccare il realismo). Il film risulta in grado di regalarci diverse scene memorabili, girate in modo magistrale (tra tutte cito su tutte l’attuarsi del piano di Bane).

Vediamo quindi di tirare le somme: cast stellare, ottime interpretazioni, grande fotografia, storia coinvolgente ed epica, capitolo finale di una saga… siamo davanti al film perfetto si direbbe…

E invece purtroppo no. Il film è molto bello e merita sicuramente la visione (e l’acquisto quando uscirà in home video), ma purtroppo il suo predecessore è su un altro livello.
Il più grosso difetto, a mio parere, di questo the Dark Knight Rises (concedetemi di non usare il titolo italiano) è proprio la sua ambiziosità. La trama, pur non essendo troppo complicata, né difficile da seguire, copre un arco di tempo molto lungo in cui si verificando avvenimenti di ampia portata che hanno un impatto davvero profondo su Gotham e sulla vita dei suoi abitanti.
Per questo motivo capita a volte di sentirsi scombussolati e l’evoluzione dei personaggi (soprattutto per quanto riguarda catwoman) avviene un po’ “a salti”, invece che gradualmente.

In altri casi invece, e qui cito come esempio Alfred e Blake, le scelte che compiono i personaggi sembrano derivare più da esigenze di sceneggiatura, che da loro reali motivazioni. Forse disponendo di più tempo per far respirare e vivere i protagonisti della storia, queste sbavature si sarebbero potute evitare.

Sono questi errori e l’assenza di un cattivo al livello del Joker ad impedire al film di essere il più bello della serie. The Dark Knight Rises è forse uno dei più riusciti film di Batman che siano mai stati fatti, ma lo scettro della miglior rappresentazione del Cavaliere Oscuro sul grande schermo rimane saldamente in pugno al suo indimenticabile predecessore.

E con questo ho detto tutto, passo e chiudo prima che qualcuno nomini Jack Nicholson…


 

Regista: Jaume Balagueró

Sceneggiatura: Alberto Marini

Genere: Thriller

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Bed Time è uno di quei film che non piacciono a molte persone per un motivo: il trailer. Mentre ero in sala ho avuto la netta sensazione che un buon 50% degli spettatori fossero entrati pensando di vedere uno slasher movie … niente di più sbagliato! Bed Time è un thriller, è vero, ma il tipo di tensione che crea è molto diverso da quello derivante da un pazzo con un coltello in mano che insegue donne in abiti succinti. La tensione che si respira nel condominio in cui è ambientato il film è molto più sottile ed inquietante.
Per ricreare questa particolare atmosfera il film prende spunto da una semplice considerazione: la vita di tutti noi è costellata di persone che non conosciamo, ma con cui abbiamo a che fare giornalmente: giornalai, baristi, addetti alle pulizie e, per chi vive in un condominio, anche custodi. Persone di cui ci fidiamo in una certa misura, persone a cui affidiamo una parte della nostra vita e che spesso dispongono di molte informazioni su di noi, pu essendo persone di cui, di fatto, non sappiamo nulla.

Il nostro protagonista, Cesar, è una di queste persone, un custode per l’appunto. Benvoluto e apprezzato da tutti i condomini, che gli affidano le chiavi delle loro case, gli chiedono di dare da mangiare ai propri animali domestici o di svolgere altri piccoli favori… senza però sapere realmente nulla di lui. Chi è Cesar? Da dove viene? Chi è sua madre e dove si trova? Cosa vuole? Quale oscuro segreto nasconde? Perchè Cesar non è il custode gentile, affidabile e professionalmente distaccato che tutti vedono. No. Cesar è un uomo infelice, anzi, un uomo che non può essere felice, che non lo è mai stato e che è fermamente convinto del fatto che non lo sarà mai. Di fronte a questa tetra prospettiva Cesar ha due scelte: uccidersi oppure distruggere la felicità degli altri. Non credo ci sia bisogno che vi dica quali delle due strade sceglierà…

Luis Tosar  è efficace nel ruolo di Cesar, riuscendo ad alternare senza soluzione di continuità una facciata amichevole, il freddo calcolo, la folle rabbia e la patetica paura di un personaggio complesso come è il protagonista di questo film. La riuscita del film verte tutta su questo fatto: sulla credibilità del suo protagonista. Il folle custode interpretato da Tosar risulta credibile e conferisce credibilità anche al suo assurdo piano, un piano probabilmente irrealizzabile, ma comunque terrificante nella sua lucidità. Il personaggio di Tosar regge da solo tutto il film, ricreando un atmosfera opprimente e carica di attesa, che, in alcuni momenti, mi ha fatto desiderare di essere da un’altra parte, invece che in sala. Obiettivo centrato in pieno, quindi, da questo punto di vista.

Se un difetto si può imputare al lavoro svolto da sceneggiatore e regista, è che spesso la tensione deriva dalle situazioni di estremo pericolo e/o imbarazzo in cui si viene a trovare Cesar, piuttosto che dalla sorte delle sue vittime. Si tratta di un difetto non trascurabile, ma inevitabile per l’impostazione che è stata data al film. Cesar è infatti la voce narrante e l’assoluto protagonista della storia. La telecamera ne segue costantemente le azioni, documenta minuziosamente la sua vita, giorno per giorno, svelandoci tutto ciò che i condomini non sono in grado di vedere e rendendo ancora più evidente, per noi, la dilaniante doppiezza del personaggio. Ed è proprio questa doppiezza, più che una sensazione di pericolo imminente a creare la tensione di cui vive un film come questo.

Anche il resto del cast svolge un lavoro egregio, conferendo un minimo (minimo, badate bene) di spessore ai personaggi di contorno, che non vengono comunque approfonditi in modo particolare. Non si tratta in realtà di un difetto: il tempo del film è limitato ed è corretto che l’attenzione si concentri sul protagonista assoluto della storia, che è anche il principale motore degli eventi che si susseguono sullo schermo.

Da quanto detto finora avrete già capito che ritengo Bed Time un buon prodotto, che non piacerà sicuramente a chi andrà a vederlo spinto da ciò che viene presentato nel trailer, ma che potrebbe soddisfare chi è alla ricerca di un qualcosa di un po’ più  complesso e, perché no, anche un po’ meno commerciale se vogliamo. Va però detto che non ci troviamo di fronte ad un film rivoluzionario, e forse questo è il maggior limite di questa pellicola. C’è una frase che ripeto ormai spessissimo quando esco dalla sala “se solo avessero osato di più!”, e per ceti versi, soprattutto a livello di sceneggiatura, e’ vera anche in questo caso. Se solo avessero osato più, forse questo film avrebbe potuto davvero lasciare il segno, ma così non è stato. Bed Time segue spesso schemi consolidati e risulta abbastanza prevedibile nello sviluppo della storia. Pur risultando capace di mantenere alti l’interesse e l’attenzione, quindi, il film non offre allo spettatore nulla di davvero nuovo e finisce per essere semplicemente l’ennesimo “buon thriller”, in grado di far passare una serata piacevole (si fa per dire ovviamente..), ma niente di più.

Se non cercate un clone di scream ve lo consgilio quindi, ma non non aspettatevi un nuovo Seven o qualcosa del genere, rimarreste delusi.

 

 


 

Regista: Ruben Fleischer

Sceneggiatura: Aaron Sorkin

Genere: drammatico

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C’è chi lo ama, chi lo odia, chi ne è assuefatto e chi non lo può vedere, ma è inutile cercare di ignorarlo e nascondersi dietro un cespuglio (Bossi docet): Facebook, il social network, è sicuramente il fenomeno sociale più importante in questo inizio del XXI secolo.

Personalmente non sono un fan sfegatato di Facebook. Lo uso come un qualunque altro strumento. E’ utile per parlare con gli amici, per condividere qualche link interessante o scoprirne qualcuno nuovo e, soprattutto, per condividere gli aggiornamenti del blog 🙂

Per questo motivo se mi avessero semplicemente detto “hey, andiamo a vedere il film di Facebook!” il mio volto si sarebbe distorto in una smorfia di supremo disgusto e avrei declinato educatamente l’invito… ma, le cose non sono andate così. Due fattori imprevisti mi hanno indotto ad impiegare una sera in cui non avevo niente di particolare da fare, andando al multisala più vicino per vedere il nuovo film di David Fincher.

1) l’aver visto l’accattivante trailer del film.

2) Il fatto che il film NON sia in realtà un film su Facebook.

A dispetto del suo titolo, il film non è incentrato sul social network e sul suo impatto sulla società, sebbene sfiori l’argomento un paio di volte, ma è in realtà un film su Mark Zuckerberg e su come egli sia arrivato a dar vita alla sua più grande creazione.

Tutta la storia del film ruota attorno alle figure di Zuckerberg, del suo amico, e co-fondatore di Facebook, Eduardo Saverin e di Cameron e Tyler Winklewoss, i due studenti di Harvard che gli faranno causa per furto di properità intellettuale.

Lo sceneggiatore Aaron Sorkin svolge un ottimo lavoro nella stesura dei dialoghi che costituiscono il vero cuore del film, nonché uno dei suoi maggiori punti di forza. Come è facile immaginare, infatti, il film è completamente privo di scene d’azione e si sviluppa totalmente tramite una serie di lunghi dialoghi che sarebbero risultati insopportabilmente tediosi, se non fossero stati scritti ad arte per essere graffianti, coinvolgenti e, a tratti, divertenti.

 

 

Così tutto ebbe inizio

 

Ovviamente tutto ciò non sarebbe stato possibile senza un cast all’altezza. Da questo punto di vista è impossibile non parlare della performance di Jesse Adam Eisenberg. Di ritorno da Zombieland, l’attore Newyorkese, da vita ad uno Zuckemberg taciturno, lunatico, testardo e ossessionato da un sogno che si potrebbe dire di riscatto o forse di vera e propria vendetta, verso un mondo che pare averlo sottovalutato e schiaffeggiato troppo a lungo, come fa verbalmente la sua (ex-)ragazza all’inizio del film, scatenando la serie di eventi che porteranno il giovane, e un po’ ingenuo, studente di Harvard a divenire un freddo imprenditore capace di tradire il suo miglior amico.

 

 

Jesse Eisenberg e Mark Zuckerberg

 

Notevole anche il lavoro svolto da Justin Timberlake nel ruolo di Sean Parker, co-fondatore di Napster. Il Parker di Timberlake è un novello Lord Henry Wotton, che, proprio come il nobile inglese porta il giovane Dorian Gray sulla strada della dissoluzione, sembra essere intento per tutto il film a trasformare Zuckerberg in una copia in piccolo di se stesso, fino a quando diventa un peso insopportabile anche per Zuckerberg stesso, che non esista a liberarsene.

Da quanto detto finora avrete probabilmente capito che il film non trasmette un’immagine lusinghiera del miliardario più giovane del mondo, ma, almeno dal mio punto di vista, non è chiaro se il regista avesse davvero l’obiettivo di denigrare Zuckerberg e il suo lavoro. Certo il film tende a sottolineare, seppur in modo molto velato, solo la sostanziale futilità di Facebook, al punto che il suo stesso creatore finisce per isolarsi completamente da tutte le persone con cui aveva un rapporto e fallisce anche nel suo intento non dichiarato di riconciliarsi con la sua ex. Però nelle ultime scene e in molte altre parti del film, non possiamo che provare pena e simpatia per Zuckerberg e il film presenta comunque delle motivazioni anche per la sua scelta più immorale, ovvero quella di tradire la fiducia di Eduardo Saverin, reo di aver messo a repentaglio il sogno che condivideva con Mark.

Cosa volevano quindi dirci Aaron Sorkin e David Fincher con questo film? Credo che alla domanda abbai risposto efficacemente lo stesso Sorkin difendendosi dalle critiche sulla scarsa fedeltà alla reale storia di Zuckerberg e soci:

 

I don’t want my fidelity to be to the truth; I want it to be to storytelling”

 

Sorkin voleva semplicemente raccontare una storia e questo ha fatto. Ciò risulta evidente dalla drammaticità del personaggio di Zuckerberg, giudicata eccessiva dal Zuckerberg stesso, quello reale. C’è però un altro obiettivo che, secondo il mio modesto parere, Sorkin si era posto con questa sceneggiatura: far parlare del film, dividere il pubblico, suscitare le reazioni più disparate delle persone coinvolte e degli esperti e non esperti del settore. Obiettivo pienamente centrato se diamo una scorsa alle prime reazioni dopo l’uscita del film.

Se credete che stia insinuando che questa caratteristica, questa ambiguità del film sia un difetto, vi sbagliate di grosso. Io trovo che il film faccia egregiamente il suo lavoro. Non solo è un bel film , ma spinge anche lo spettatore ad interrogarsi, a pensare e, perchè no, anche a documentarsi sulla storia di Zuckerberg. Lo consiglio quindi senza remore a chiunque voglia gustarsi, per una serata, un tipo di intrattenimento un po’ più impegnato di quello offerto dai soliti blockbuster. Per concludere quindi: amatelo, odiatelo, andatelo a vedere oppure snobbatelo, ma, in ogni caso, per un po’ di tempo rassegnatevi a sentir parlare parecchio di The Social Network.

 

P.S. se come me, vi siete chiesti se quella richiesta di amicizia sia stata accettata o meno, sappiate che non è mai stata inoltrata… finora.

P.P.S. per chi fosse interessato alla bellissima cover di Creep che fa da colonna sonora del trailer del film, potete trovarla qui.


Regista: Jon Chu

Sceneggiatura: Amy Andelson, Emily Meyer

Genere: dance

Guarda il trailer

Premessa: io di danza ne capisco poco, sono andato a vedere Step Up 3d perché, diciamocelo, il trailer SPACCA! Non ho visto né il primo film, né il secondo, quindi non posso fare paragoni. Fine premessa.

Ora che ho messo avanti le mani possiamo incominciare a parlare del film e, in particolare, della trama.
Step up 3D ha una trama così spettacolare, imprevedibile e originale (ovviamente sono ironico), che non mi farò nessun problema a parlarvene in dettaglio, quindi consideratevi avvisati! Se pensate che questo film vi riserverà enormi sorprese a) cambiate idea b) saltate questo paragrafo.
Il film segue fondamentalmente le danzanti gesta di 3 protagonisti: Moose (Adam Sevani), un ragazzino a cui non dareste due lire ma che in realtà è un novello Jhon Travolta (nonché protagonista di Step Up 2 a quanto mi dicono dalla regia), Luke (Rick Malambri), il classico belloccio che vive in un edificio ereditato dai suoi genitori con la sua crew, e, infine, Natalie (Sharni Vinson), la gnocca “dagli oscuri segreti” del film che ovviamente… ma non sto manco a dirvelo.. cosa pensate farà mai con il belloccio?
Ovviamente (questa è una parola che mi toccherà ripetere spesso) le vite dei 3 protagonisti sono destinate ad incrociarsi per vincere la prima edizione del World Jam Dance Contest. Ovviamente…  nel fare ciò i protagonisti risolveranno qualunque problema affligga loro stessi o gli altri, tra questi citiamo: problemi di coppia, problemi familiari, sfratti, altri problemi di coppia, problemi di autostima, le guerre, le torture, la fame nel mondo… no le ultime tre no, ci speravate eh?
Ora che la trama è stata sviscerata (cosa che farei volentieri in senso letterale) proseguiamo con i personaggi. I personaggi sono come dei fogli di carta… no, non sono riciclabili e non ci potete scrivere sopra… sono bidimensionali. Luke è bello, buono, onesto, eroico, inguaribilmente sognatore e, tra le altre cose, anche un immaturo senza un lavoro, incapace di affrontare qualunque responsabilità e capace solo di lamentarsi se la banca gli toglie la casa perché non ha un lavoro, né soldi. Moose è l’unico personaggio che ho trovato un po’ simpatico, ma principalmente perché è inaspettatamente, per me che non ho visto Step Up 2, bravissimo a ballare. Infine Natalie è la classica ragazza del protagonista, bella e buona, ma con un oscuro segreto e idee balzane come quella che andare in California risolva tutti i problemi del mondo (la fame e la guerra di cui si parlava prima).
Ovviamente ci sono poi i cattivi. Che dire sui cattivi? Beh sono cattivi e basta, malvagi, stupidamente crudeli e meschini. Così cattivi da avere nomi che non lasciano adito a dubbi come “Kid Darkness”… volete sapere altro su di loro? Direi di no.
A questo punto molti di voi avranno un faccia disgustata e staranno pensando di non spendere quei 10-1 euro che servono per andare a vedere il film. Ebbene ho 2 buone notizie per voi:
1) Potete tranquillamente non andare a vedere il film in 3d e risparmiare 3-4 euro.
2) Il film mi è piaciuto.

Risolviamo innanzitutto il punto 1. Il 3d del film è davvero poco appariscente e si nota poco soprattutto nelle scene di danza, cosa imperdonabile per un film del genere secondo me. Paradossalmente le uniche scene meritevoli da questo punto di vista le potrete vedere durante i titoli di coda. Quindi, non date quei 3-4 euro in più al vostro cinema e risparmiatevi la delusione.
Parliamo ora del punto 2; come è possibile che il film mi sia piaciuto dopo quello che ho detto? E’ semplice: in Step Up 3d la trama non ha assolutamente nessuna importanza. Siamo seri, di certo non pensavate di andare a vedere questo film perchè vi interessava sapere come Luke si sarebbe fatto Natalie, né cosa Moose avesse a che fare con tutto ciò. No, no, voi volete vedere questo film per vedere dei tizi che hanno imparato a ballare prima che a camminare, per vedere delle coreografie che vi facciano esplodere la testa, perchè il trailer vi ha fatto vedere un tizio che si muove come un robot e fa esplodere tutto mentre balla. Tutto questo nel film c’è e c’è in abbondanza.

 

Non so se è l'aria da Terminator, ma quest uomo e il mio nuovo idolo.

 

Dove la trama e i personaggi fanno schifo, le scene di danza sono invece spettacolari, ben pensate, lunghe e soddisfacenti, tanto che alla fine del film non rimarrete di certo delusi da quello che avrete visto. Certo per apprezzare al meglio queste scene bisogna sospendere l’incredulità e non porsi domande del tipo: “perchè i dancers muratori sbavano come animali?” oppure “Perchè Luke pensa di aver perso e poi tira fuori come niente l’arma letale della vittoria?”

Ma questo non è un problema, perché, come vi dicevo, la trama è inutile e non ha senso e rovina solo il film. Anzi, dirò di più, se il film fosse stato costituito semplicemente da un collage di video-clip sarebbe stato sicuramente migliore.

 

I muratori ballerini meritavano un immagine.

 

Per concludere quindi, se cercate un film impegnato, che fornisca un tipo di intrattenimento originale e intelligente, andate a vedere qualcosa come Inception… altrimenti, se cercate un prodotto che vi faccia passare una serata divertente, che sia spettacolare oppure se non potete vivere senza vedere giovani uomini e donne che si dimenano sulla pista da ballo correte subito a comprare il biglietto, non rimarrete delusi.


Regista: Ruben Fleischer

Sceneggiatura: Rhett Reese, Paul Wernick

Genere: commedia, horror

Guarda il Trailer

Benvenuti al secondo appuntamento con le recensioni di questo blog e benvenuti alla seconda recensione di un film sugli zombie. Vi prometto che la prossima volta sceglierò un genere diverso, ma per oggi dovrete accontentarvi di questo Welcome to Zombieland. Pur parlando sempre di morti-viventi il film si pone agli antipodi di The Horde (recensito settimana scorsa); dove The Horde è serio, violento e crudo,  Benvenuti a Zombieland è ironico, decisamente soft e…  cotto (non mi veniva in mente un termine che fosse il contrario di crudo 🙂 ) .

Il film segue le gesta di un gruppo di 4 squinternati che cercano di sopravvivere in un mondo devastato dall’apocalisse dei morti viventi. I nostri eroi sono: Columbus (Jesse Eisenberg), il classico nerd (gioca addirittura a World of Warcraft !) e vero protagonista del film, che fa anche da voce narrante, Tallahassee (Woody Harrelson) un tamarro che gira con un SUV carico di armi e Wichita e sua sorella (Emma StoneAbigail Breslin), sulle quali non dico altro per non rovinarvi la storia.

Pur presentando uno scenario tragico è subito chiaro che il film non intende perdersi in piagnistei sull’infelicità della condizione umana o sul dolore dell’esistenza, ma ha anzi ha il suo punto di forza proprio nel suo fare dell’ironia sulla situazione assurda in cui si trovano i protagonisti. I protagonisti stessi, come avrete capito dalla loro breve descrizione, sono totalmente inverosimili e il fatto di trovarsi in un mondo devastato dai morti accentua ancor di più questa loro caratteristica, ma, proprio per questo, risultano simpatici e riescono a creare alcune situazioni davvero esilaranti. Pensateci, vi viene in mente qualcosa di più ridicolo di una specie di cowboy che gira per mezza america ammazzando zombie in cerca di una merendina? La risposta mi pare ovvia…

 

Non il miglior esito per una serata romantica

 

A proposito di trovate esilaranti, una menzione d’onore va fatta per il “codice di regole” che uno dei protagonisti del film ha iniziato a seguire per sopravvivere nel confronto quotidiano con i morti viventi. Senza anticiparvi quali siano queste regole vi posso comunque dire che sono uno degli elementi più divertenti del film e ricalcano cose che sicuramente avete pensato guardando diversi film dell’orrore.

 

Secondo voi come andrà a finire?

 

Il film è  una commedia godibile con alcune chicche memorabili che sicuramente saprà strapparvi più di una risata (soprattutto se siete cresciuti a pane e zombie), facendovi trascorrere una piacevole serata .

Purtroppo Benvenuti a Zombieland, grazie a Sony, dopo essere stato vittima di innumerevoli ritardi è misteriosamente sparito dalle release cinematografiche e, quindi, non vi sarà possibile gustarvelo sul grande schermo, ma sarete costretti a ripiegare sul blue ray (o sul dvd) uscito proprio in questi giorni. Un peccato perché il film è un prodotto più che valido, che avrebbe meritato sicuramente una maggiore attenzione e un trattamento migliore.


Con questo post inauguro la sezione dedicata alle recenioni di questo blog e lo faccio con un film che ho visto proprio ieri sera: The Horde.

Trattasi di uno zombie-movie francese diretto Yannick Dahan e Benjamin Rocher (grazie Wikipedia).

Premetto che in genere non ho una gran opinione dei film francesi. Sarà perchè la mia mente è ancora traumatizzata da quegli orribili serial televisivi che facevano quando andavo alle medie, sarà perchè l’umorismo francese mi risulta totalmente alieno… fattostà che dopo le prime due inquadrature del film avevo già quasi emesso il mio giudizio: una schifezza.

Terminata la visione del film, invece, sono giunto ad un’altra conclusione: i francesi… sono dei fottuti geni!!!

Partiamo dall’inizio. Il film ci presenta una squadra di poliziotti che si imbarca in una missioni di “vendetta privata” in seguito all’omicidio di uno dei suoi membri per mano di un gruppo di (supposti) spacciatori residenti in un palazzo fatiscente. Gli eventi sono tuttavia destinati a prendere una piega imprevista quando il palazzo e la città (e il mondo?) vengono assaliti da una vera e propria orda di morti viventi.

Apro subito una parentesi per dire che ho apprezzato molto la realizzazione dei nostri cari amici zombie. In questo film più che in altri riescono a sembrare feroci, pericolosi e forti, sebbene anche in questo caso non siano davvero in grado di spaventare lo spettatore, ma non è grosso un problema dato che, in fondo, i film di zombie mirano più a divertire che a terrorizzare. In questo the Horde centra in pieno il bersaglio.

Il film è infatti un susseguirsi di scene memorabili ed esilaranti tra le quali spiccano alcuni tra i migliori (e più violenti) combattimenti che mi sia capitato di vedere negli ultimi mesi. Maceti, fucili, coltelli, mitragliatrici, granate, antine e frigoriferi sono tutti impiegati nei modi migliori e con la perizia necessaria a produrre quel fiume di membra staccate, budella asportate e materia cerebrale volante che tutti i fan degli zombie agognano vedere sullo schermo. L’ossessione per il sangue in alcuni casi è fin eccessiva, tanto che in certe scene viene da chiedersi chi abbia deciso di spalmare del sangue su ogni maledetto centimetro del palazzo in cui è ambientato il film. Consideratevi quindi avvisati: questo non è uno spettacolo per chi è facilmente impressionabile.

 

Un sorriso prego...

 

Un altro elemento di forza del film sono i personaggi. The Horde fa tesoro di una regola di recente concezione nel genere horror (per quanto mi riguarda è stata lanciata da the Descent), che vuole che i protagonisti siano ancora più mostruosi dei mostri e devo dire che la applica a meraviglia. Per quanto a volte i personaggi abbiano comportamenti un po’ troppo “estremi” ognuno di essi è ottimamente caratterizzato e, soprattutto, dotato di un’insana cattiveria. Ciò ci spinge spesso a fare il tifo per loro piuttosto che per i morti viventi, tanto che solo per un paio dei personaggi  si scade nella sindrome “quanto ci mette a crepare?”. Questo non è un fattore di secondaria importanza in un genere in cui solitamente l’unica cosa che conta è vedere come moriranno i protagonisti.

In The Horde quello che conta non è sopravvivere come vorrebbe farci credere la locandina, ma piuttosto è vedere quanti zombie si riescono ad uccidere nel modo più truculento possibile prima di morire.

 

Provo quasi pietà per quei poveri zombie...

 

Avrete ormai capito che The Horde mi è piaciuto moltissimo. Il film sono 96 minuti di sangue, morte e violenza che ci vengono proposte nella loro forma più divertente e senza pretese ovvero nella forma perfetta per un film di questo tipo. Concludo quindi questa mia prima recensione consigliandovi di non farvi sfuggire l’occasione di vedere questo The Horde al cinema, perchè, a meno che abbiate un televisore da un centinaio di pollici, il vostro non sarà sufficiente a contenere la massa di morti che invaderanno lo schermo.