Archivio per ottobre, 2012


Anno: 2012

Regista: Ole Bornedal

Sceneggiatura: Juliet Snowden, Stiles White, Leslie Gornstein

Genere: Horror

Guarda il trailer

Per noi amanti dell’horror ottobre è un po’ come Natale. Ormai Halloween è diventata una festa internazionale e una ghiotta occasione per le case produttrici, che non si fanno certo pregare per inondare le sale cinematografiche di pellicole grondanti sangue e frattaglie umane assortite.
Così, con l’avvicinarsi inesorabile della Notte delle Streghe, ecco che, direttamente dall’inferno, è giunto nelle sale questo The Possession.
Confesso che non sono un grande fan dell’Esorcista (il primo) e della sua blasfema (e numerosa) progenie di cloni. Non ho mai trovato l’idea della possessione demonica così inquietante o spaventosa ed è quindi abbastanza raro che decida di impiegare due ore della mia vita per questo genere di film.
Tuttavia, in questo caso, ho trovato il trailer ben fatto e la locandina davvero azzeccata.
L’idea di una possessione a livello fisico e non solo spirituale, ha stuzzicato la mia fantasia e mi è sembrata sufficiente per distinguere il film di Bornedal dalla massa.

Diciamo subito che, dopo i primi venti minuti mi ero già parzialmente ricreduto; la premessa, infatti, non brilla certo per originalità.
Un ottimo Jeffrey Dean Morgan interpreta Clyde, allenatore di uan squadra di basket e padre di due bambine, tanto dolci quanto assolutamente odiose:  Hannah (Madison Davenport) e Em (Natasha Calis).

La prima è sostanzialmente un personaggio inutile. Dall’inizio del film, fino alla fine, dice tre o quattro fasi di senso compiuto e avremmo potuto fare a meno di tutte. Dimenticavo, in due scene, forse per fare concorrenza a Step Up, balla anche.
La seconda è la vera protagonista del film, insieme a Clyde, e si tratta praticamente della solita bambina new-age, superbuona, vegana, che “se rompe già le palle a quell’età, figuriamoci da grande”! Se avete visto la Guerra dei Mondi, con Tom Cruise, dovreste aver presente il tipo.

Non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirvelo, ma, ovviamente, Clyde e sua moglie Stephanie (Kyra Sedgwick), sono separati, perché Clyde è troppo impegnato col lavoro. Ma non mi dire!
Com’è inevitabile Stephanie sta vedendo un altro uomo, anche se sotto sotto prova un po’ di nostalgia per l’ex-marito.
Fin qui, tutto come da copione. Il copione usato per il 50% dei film horror esistenti.

Come il titolo poco esplicito vi avrà già fatto capire, presto o tardi la piccola Em finirà per incappare in un oscuro spirito o demone, contenuto all’interno di una misteriosa scatola. Tale forza oscura si impossesserà di lei, trasformandola in… una bambina non tanto buona…

Nonostante la banalità esagerata dei personaggi e delle relazioni tra di essi, il cast riesce a risollevare un po’ il nostro morale regalandoci delle buone interpretazioni.
La giovane Natasha Calis passa da bambina mielosa a demone in..demoniato con grande facilità, anche se le sue pose da “ora ti apro in due”, risultano un po’ ridicole e fin troppo esplicite, ma non credo che si possa imputare a lei la colpa di questa pecca.

Natasha Calis in un momento di relax

La Sedgwick, dal canto suo, pur avendo un personaggio piatto e a tratti odioso riesce a conferirgli un certo spessore, senza scadere più di tanto nello stereotipo dell’ex-moglie rompiscatole. Jeffrey Dean Morgan, infine, come già accennato, risulta convincente nella sua trasformazione da padre troppo impegnato a uomo in lotta con le forze del male. Del resto stiamo parlando di John Winchester! Se non sa lui come si ricaccia un demone all’inferno, nessuno lo sa!

Giusto per mantenerci su alti livelli di originalità, abbiamo poi, tra i comprimari, anche il nuovo boyfriend di Stephanie, che, tenetevi forte, non si chiama Brad, come il 90% dei personaggi di questo tipo, nossignore. Si chiama Brett…

Ma il povero Brett in realtà non è davvero odioso e, anzi, non prova risentimento nei confronti di Clyde, è buono e  gentile con lui, con Stephanie e anche con le sue figlie, al punto da darci l’impressione che sia Clyde quello meschino. Ora, quando il ribaltamento di un cliché è a sua volta un cliché, secondo me sarebbe il caso di inventarsi qualcosa di nuovo, ma evidentemente gli sceneggiatori non la pensavano così.

Al di là della totale, assoluta, mancanza di idee, il film risulta ben girato per una buona metà. L’atmosfera va costruendosi pian piano, la scatola incute il giusto timore e c’è comunque una certa curiosità di vedere dove si andrà a parare.
Ho trovato però che, in alcune scene, il film tenda ad arrancare, dilungandosi senza una vera ragione.

Un esempio? Ad un certo punto le bambine e Clyde entrano a casa e scoprono che c’è qualcuno: un procione, che se ne va, senza causare danni, senza vedersi nemmeno e senza mai più tornare. La sua comparsa, che nulla ha di sovrannaturale, viene tra l’altro annunciata cinque minuti prima, giusto per distruggere qualunque tensione lo spettatore possa provare, se non quella causata dal terrore di doversi sorbire l’ennesimo “Bu!”.
Non l’ho ancora detto, ma il film fa ampio uso (anzi si tratta proprio di un abuso) di sbalzi immotivati dell’audio per spaventare lo spettatore. Come se non bastasse, in diversi casi, tali espedienti non sono collegati in alcun modo a situazioni di tensione e/o paura, ma saltano fuori a casaccio, giusto per infastidirci.

Nonostante tutte quest pecche, il film sarebbe riuscito comunque ad essere un prodotto decente, se non fosse che, nel secondo tempo, probabilmente anche gli sceneggiatori sono caduti vittima di un demone e la trama perde qualunque parvenza di sensatezza.

Sono due gli elementi che ho trovato più insensati e inaccettabili nel dipanarsi della trama. Se non amate gli spoiler potete saltarli tranquillamente, altrimenti continuate a leggere:

1- Apparentemente se sei uno spirito demoniaco e vieni intrappolato in una scatola questo non ti impedisce di uccidere con una violenza inumana chiunque si avvicini a meno di cento metri dalla tua scatoletta. E quando dico “violenza inumana” intendo: scagliare ripetutamente una persona contro il muro fracassandole le ossa, far sanguinare gli occhi e, presumibilmente, causare l’esplosione di diverse vene nella zona facciale, scaraventare un adulto fuori da una finestra ed evocare dal nulla un camion che si scontri con la macchina dei tuoi nemici.
Però, una volta impossessatoti del corpo di una bambina, la tua prodezza più grande è quella di strappare i denti ad una persona e anche un uomo normale può riempirti di botte e costringerti a possedere qualcun altro.
E ora mi obietterete “Non era un uomo normale, era John Winchester!!”
Avete ragione.

2- Brett, lo sappiamo tutti, è destinato a morire dal momento in cui ci viene presentato. E’ così ovvio che ce lo mostra anche il trailer. Ma volete sapere la vera sorpresa? Brett non muore. O meglio, forse muore, forse no. Non sono del tutto sicuro.
Il fatto è che, dopo che gli sono stati strappati i denti dai poteri telecinetici demoniaci di Em (vedi punto 1), il povero Brett sale sulla sua auto, che, forse mossa da paura, parte in retro ed esce di scena… così. Questa è l’ultima volta in cui qualcuno ha visto Brett e la sua macchina… vivi. Ma anche morti.
In effetti ora che ci ripenso è inquietante, ma ancora più inquietante è il fatto che ne Clyde, né Stephanie, né Hannah lo menzionino mai più, né si chiedano dove sia finito, né tengano un funerale… almeno per i suoi denti!
Forse gli sceneggiatori volevano suggerirci che la sua morte è stata così totale, così definitiva, così irreversibile che persino la memoria della sua esistenza è stata rimossa dalla mente dei suoi conoscenti.
O forse no.

Per tirare le conclusioni di questa recensione, The Possession non mi è piaciuto e ve lo sconsiglio.
L’idea in sé non è da buttare, anzi. La scatola e soprattutto il suo contenuto, sono elementi inquietanti e misteriosi e, come già detto all’inizio, il carattere fisico della possessione è abbastanza originale. Tuttavia questi due elementi da soli non sono in grado di salvare la pellicola, che va avanti intervallando cliché e odiosissimi “Bu!”, senza spingersi mai oltre questo schema.
In questo contesto l’ottimo cast risulta sprecato e, pur rendendo credibili i personaggi, non ci aiuta a calarci nell’atmosfera che si dovrebbe respirare in un film di questo genere.
Per tutto il film non c’è quasi mai un momento di vera tensione e, sul finale, quando un crescendo di paura e orrore dovrebbe portarci al confronto col demone, gran parte delle scene le ho trovate più comiche che altro.

Insomma, se volete un bell’horror gustoso che vi tenga svegli la notte di Halloween, cercate da un’altra parte.

 

P.S. Dimenticavo. “Based on a true story”.. seriously…


 

Anno: 2012

Regista: Pascal Laugier

Sceneggiatura: Pascal Laugier

Genere: Thriller

Guarda il trailer

 

Bentornati, miei preziosi lettori, al nostro saltuario appuntamento col mondo del cinema. Confidando nelle vostre notevoli capacità deduttive, ritengo di poter asserire che abbiate già capito di quale film andremo a parlare quest’oggi, ma, per amor della pedanteria, lo scriverò comunque a chiare lettere: i bambini di Cold Rock.
come spesso accade, ritengo che, anche in questo caso, il titolo originale, The Tall Man, fosse molto più evocativo e meno generico di quello italiano, ma, si sa, i distributori raramente ripongono fiducia nella capacità del loro pubblico medio di andare oltre un semplice titolo… e non mi sento di dargli troppo contro per questo: un po’ hanno ragione.
Se vi state chiedendo per quale motivo il titolo originale faccia riferimento ad un fantomatico “Uomo Alto”, dovrete convivere con la vostra sete di conoscenza ancora per alcune righe e trarre sostentamento dalle mie parole, mentre passo a raccontarvi la trama di questa pellicola, scritta e diretta da Pascal Laugier.

Immaginate il posto più tetro, lurido e sporco che vi venga in mente. Bene. Se la prima immagine che vi è balenata in testa è quella del vostro frigorifero, allora forse dovreste fare qualcosa in merito.
Sto parlando di un piccolo villaggio nascosto in mezzo ad ampie foreste, isolato dal resto del mondo. Un luogo dove il tempo sembra scorrere con la velocità di una lumaca zoppa, abitato da gente all’apparenza ostile, che non ama le interferenze del mondo esterno e che vive sopportando e nascondendo, in silenzio, i drammi familiari che si consumano tra le case decadenti. Il classico posto in cui ci si imbatte quando la macchina si rompe improvvisamente o un cervo ci attraversa la strada e ci fa fare un incidente. Il luogo dove si annida sempre una famiglia di pazzi cannibali incestuosi, pronta a banchettare con i giovani ignari turisti che pensavano di godersi un tranquillo weekend, lontano dalla civiltà.
Questo è Cold Rock e, già delle prime scene, Laugier riesce a comunicarci efficacemente in quale schifoso buco dimenticato da dio abbia deciso di ambientare il suo thriller.
Come se non bastasse, la ridente cittadina ha anche un altro, non trascurabile problema.
Ma non temete, non si tratta della famiglia di cannibali di cui sopra e, se siete dei turisti, non avrete nulla di cui preoccuparvi… certo… a meno che abbiate un con voi un bambino…

Si, perché, come in un’oscura fiaba, ogni anno, l’uomo nero fa sparire alcuni dei giovani pargoli delle famiglie dell città e, di essi, non si trova più alcuna traccia.
Basandosi su alcune frammentarie e fantasiose descrizioni, forse nel tentativo di esorcizzare la paura, gli abitanti di Cold Rock hanno dato un nome a questo rapitore ignoto: L’Uomo Alto.
Ovviamente le ripetute sparizioni hanno, nel corso del tempo, attirato l’attenzione delle forze dell’ordine, incarnate nella fattispecie dal tenete Dodd, agente federale interpretato da uno Stephen McHattie che non sfigura.

In questo pittoresco scenario si muove la nostra protagonista: Julia Denning.
Interpretata da una convincente Jessica Biel, Julia è un infermiera, che sembra totalmente fuori posto nel deprimente villaggio e che, suo malgrado a fare luce sul mistero che avvolge la figura dell'”uomo alto” e i rapimenti da lui perpetrati.
Fanno da contorno una serie di personaggi minori dei quali non dirò nulla per evitare di svelare elementi della trama. Mi limito a constatare che tutto il cast fa il suo lavoro egregiamente, senza particolari scivoloni, ma anche senza regalarci interpretazioni memorabili.
Impossibile, però, non citare la presenza di William B. Davis, il mitologico Smoking Man di X-Files, nei panni dello sceriffo Chestnut. Un ruolo un po’ troppo di secondo piano a mio parere, per questo attore che, se non altro, è abituato a rivestire ruoli adatti alla storia che Laugier ci vuole raccontare.

Passando per l’appunto a parlare della trama. devo dire che, per la prima mezz’ora, il film sembra abbastanza banale e alcune scene paiono esagerate e fuori luogo. Il ricorso ai cliché del genere horror è ampio e tutto sa un po’ di già visto: la pazza del villaggio, la bambina muta, lo sceriffo imbranato; tutte cose a cui siamo abituati.

Tuttavia, proseguendo nella visione, complici anche un paio di colpi di scena mica da ridere, molti di questi elementi fuori posto o banali finiscono col trovare una loro precisa collocazione nel contesto della trama e contribuiscono ad accentuare l’interesse dello spettatore. Senza ombra di dubbio, è quindi proprio la trama il maggior punto di forza del film. Se trascuriamo qualche piccola forzatura, Laugier riesce a presentarcela in modo efficace. stupendoci più volte, distruggendo continuamente le  nostre certezze, e riuscendo comunque a tenere in serbo il mistero più importante per il finale, che, per quanto sia un po’ troppo buonista e prolisso, risulta comunque convincente.

Tecnicamente il film non colpisce particolarmente e, come si addice ad una storia di questo tipo, gli effetti speciali sono limitati a poche scene (fondamentalmente solo una). Non aspettatevi quindi niente di eclatante da questo punto di vista.
Ciononostante o forse proprio per questo, la decadenza di Cold Rock è resa molto bene e permea tutte le scene del film, non solo contribuendo a ricreare la densa atmosfera che si respira durante tutta la proiezione, ma assumendo un ruolo equivalente a quello di un vero e proprio personaggio, con un suo specifico ruolo nel dipanarsi degli eventi.

Se quanto detto finora vi ha incuriosito e vi state chiedendo se questo film possa incontrare i vostri gusti, vi do qualche dritta.
Se avete problemi con i film dell’orrore, non avete nulla da temere da questa pellicola.   “I bambini di Cold Rock” si serve di diversi strumenti e tecniche tipiche degli horror, ma non si pone come obiettivo quello di spaventare lo spettatore, limitandosi ad offrirgli solo molta tensione e una bella storia, ricca di sorprese.

Quello che non dovete aspettarvi sono mirabolanti scene d’azione, e grandi spargimenti di sangue: questa pellicola non ha nulla a che spartire con il genere degli Slasher e, se vi recate in sala aspettandovi di vedere l’ennesimo clone di Scream, rimarrete delusi.
Il ritmo del film è altalenante, ma, per la maggior parte del tempo, non è particolarmente sostenuto. Laugier si prende il tempo necessario per raccontarci la sua storia, definire i personaggi e ricreare l’atmosfera giusta. Gli eventi seguono le loro tempistiche, che, se non sono certamente quelle di un “Die Hard” o di un “Mission Impossible”, non corrono nemmeno il rischio di risultare stancanti come quelle di un “la Talpa”. Non avrete quindi bisogno di assumere anfetamine per mantenere la concentrazione durante la proiezione, né necessiterete di tranquillanti una volta usciti dalla sala.

Concludendo, “I bambini di Cold Rock” è un ottimo film: e’ originale, il che non è poco, ed è sceneggiato e girato con una certa perizia. Poco di più e sarebbe stato un vero e proprio capolavoro del genere. Purtroppo un cast onesto, ma non eccelso, la mancanza di scene davvero memorabili e la presenza di qualche piccola pecca sul finale gli impediscono di raggiungere le vette sperate, ma, nonostante ciò, ci troviamo di fronte ad uno dei prodotti più validi degli ultimi tempi.
Non abbiate quindi alcuna remora a sborsare i soldi per andarlo a vedere al cinema o per acquistarne il blue ray (quando sarà disponibile): non ve ne pentirete di certo.


Anno: 2012

Regista: Ridley Scott

Sceneggiatura: Jon Spihts, Damon Lindelof, Dan O’Bannon, Ronald Shusett

Genere: Fantascienza

Guarda il trailer

Era il secolo scorso. Il cielo era azzurro, le rose rosse, ogni arcobaleno portava ad una pentola d’oro nascosta in un bosco fatato e i bambini buoni dormivano il sonno dei giusti e degli innocenti, senza nulla da temere. Ma, nelle tenebre, qualcuno tramava per distruggere questo scenario idilliaco; un uomo crudele e malvagio, dall’immaginazione contorta: Ridley Scott.

In una notte buia e tempestosa, Ridley prese il suo telefono fatto di ossa umane e compose il numero dell’unica altra persona che condivideva la sua distorta visione della realtà: l’artista noto ai più come H.R. Giger.
Sentendo il suono del telefono, Giger sorse dalla sua vasca di incubazione e, ancora avvolto nei tubi biomeccanici che gli fornivano nutrimento, lasciò che il parassita neurale che si annidava nel suo cranio lo collegasse al suo cordless senziente.

“Ciao Gigio” disse Ridley in tono gioviale, anche se dentro provava solo rancore “scusa se ti disturbo a quest’ora…” Dall’altro capo del telefono le bocche a matriosca di Giger emisero solo un sonoro rigurgito, seguito da uno sbavante risucchio e da un ronzio. Tutto ciò Ridley lo interpretò come un “Ehi non c’è problema amico, stavo giusto per alzarmi, anzi mi fa proprio piacere sentire la tua voce. Ti offrirei un caffè se fossi qui, ma non ci sei ah-ah, ah-ah, quindi orsù dimmi: cosa ti serve?” Scott si sentì quindi autorizzato a proseguire.
“Andiamo subito al punto” disse allora, con tono deciso “questo mondo paradisiaco mi ha stufato. Tutti quei bambini felici, le stelline sorridenti, le fatine e i pony… i pony sono la cosa peggiore… E’ ora di finirla.”

L’urlo del cordless vivente straziato dalla sofferenza mentre la bava acida di Giger lo corrodeva lentamente comunicò a Ridley l’innegabile interesse del suo interlocutore e, così, il regista in erba, illustrò all’artista venuto dalle tenebre il suo aberrante piano.

Insieme i due crearono qualcosa, una creatura, un mostro terribile e letale che per lungo tempo impedì ai bambini di ritrovare la pace nei loro sogni… poi arrivò James Cameron e i marines e Alien entrò nella leggenda.

Ora una precisazione. Sono sicuro che alcuni staranno pensando che ho esagerato nel ritrarre in questo modo il povero H.R. Giger. Bene. A tutti voi consiglio di dare un lungo, approfondito sguardo a questa foto:

 

H.R.Giger

 

E, con questo, l’inevitabile premessa, necessaria per parlare di questo Prometheus, sarebbe conclusa, se potessi dare per scontato che voi sappiate che cos’è Alien, ma, dato che il mondo non è perfetto, è possibile che voi vi siate persi uno dei capisaldi della fantascienza moderna e questo mi costringerà ad essere un po’ più chiaro. E non crediate, nemmeno per un momento, che non sia seccato dalla vostra inadeguatezza!

Alien è un film del 1979 che vede l’equipaggio di una nave spaziale alle prese con una minaccia aliena di origine sconosciuta. Lo so, dal titolo non l’avreste mai immaginato.
Sebbene Ripley, il personaggio da Sigurney Weaver, sia di fatto il protagonista del film, il vero cuore di tutta la pellicola, e la ragione del suo successo, è proprio la creatura aliena. Studiato nei minimi dettagli, a partire dal suo disgustoso sistema riproduttivo e dotato dell’inquietante look tipico delle opere di Giger, lo xenomorfo, questo il nome che col tempo è stato affibbiato alla creatura, si è da subito insidiato nell’immaginario collettivo, proprio come le sue larve si annidano nel corpo degli esseri umani.
Ad Alien è poi succeduto Aliens, seguito girato da James Cameron, che ha indubbiamente superato l’originale, consacrando definitivamente la saga nell’olimpo della fantascienza e portando alla realizzazione di altri due film e di una serie di spin-off cinematografici e non, dall’altalenante successo.

Tutto ciò ci ha portati oggi a questo Prometheus, film con il quale Ridley Scott riprende di fatto possesso della sua creatura, per spiegarci come tutto ebbe inizio.
Prometheus è quindi un prequel e, sebbene io di solito non apprezzi per niente operazioni di questo tipo, devo dire che in questo caso ero abbastanza curioso di vedere cosa il buon vecchio Ridley avesse in serbo per noi.

Il primo impatto col film è innegabilmente ottimo. La fotografia è ai massimi livelli, gli effetti speciali sono all’altezza delle aspettative senza risultare invadenti e tutto il film è caratterizzato da scelte cromatiche che, a mio parere, riescono davvero a creare un’atmosfera particolare, forse ancora migliore di quella degli altri film della serie.  I personaggi non sembrano i soliti stereotipi, ma trasudano potenziale e danno l’idea di essere tutti affetti da serie turbe mentali, che li rendono perfetti per supportare una trama interessante come quella che ci viene presentata nei primi minuti del film.
Giusto, la trama.
Prometheus è una nave spaziale il cui variegato equipaggio sta cercando di portare a termine un’ambiziosa missione scientifica: contattare una razza aliena che potrebbe aver dato inizio alla vita sulla terra. Inutile dirvi che la missione, che già pare difficoltosa, si trasformerà ben presto in un incubo letale.

Gli attori nel complesso fanno tutti il loro lavoro. Michael Fassbender fa decisamente di più e giganteggia nel ruolo dell’androide David, il personaggio in assoluto più riuscito del film.

Purtroppo la protagonista Elizabeth Shaw (Noomi Rapace), l’archeologa che da il via spedizione, risulta afflitta dalla maledizione che tormenta tutti i protagonisti di qualunque storia: la maledizione della piattezza. Per questo, pur risultando abbastanza convincente, non riesce ad emergere allo stesso modo.
Siamo però disposti a perdonarla, perché, nel corso del film, ci gratifica regalandoci una delle scene più magnificamente atroci che si siano viste ultimamente al cinema, una scena che da sola, a mio parere, può giustificare la visione del film.

Ho trovato il resto del cast nella media, anche se va detto che quasi tutti i personaggi riescono a costruirsi una loro caratterizzazione e a rimanere impressi nella memoria, segno che la media è abbastanza alta.
Tra i personaggi secondari-ma-non-troppo è impossibile non citare Meredith Vickers (Charlize Theron), una vera e propria Cold Hearted Bitch che, fin dalla sua comparsa, nei primi minuti del film, sembra porsi in diretta competizione con Ripley e Vaquez per il titolo di “donna più tosta della serie”. Purtroppo tutto questo potenziale va sprecato e la sceneggiatura non riesce a sfruttarlo, se non in modi fin troppo prevedibili e banali.
E questa considerazione, ahimè, ci porta alle note dolenti. Tutto il film è un po’ come il personaggio della Vickers: grandi potenzialità che non vengono mai davvero sfruttate, se non in modo sconclusionato.

Gli esempi si sprecando davvero nel corso dei 124 minuti di durata della pellicola, tanto che alla fine non si capisce bene che cosa si sia visto. La storia ha un suo filo conduttore che risulta abbastanza chiaro, ma il modo in cui da una premessa si arriva alla conclusione è confuso, frammentario e pieno di elementi che rimangono sospesi, senza un reale collegamento con il resto del plot.
In questo contesto anche un personaggio davvero superbo come David non viene utilizzato in modo inadeguato e le sue azioni, per quanto siano fonte di continuo interesse e sorpresa per lo spettatore, non vengono spiegate né motivate se non in modo estremamente vago. Se questo non bastasse, quelle azioni, che hanno un impatto non trascurabile sull’evolversi della trama, rimangono per buona parte fini a sé stesse.
Arrivati a metà film si ha quasi la sensazione di assistere a tre o quattro storie diverse: ci sono l’archeologa e suo marito, la Vickers e David e poi ci sono un paio di personaggi abbastanza idioti sui quali non voglio dilungarmi per non svelarvi troppo. Tutti slegati gli uni dagli altri.
E questo non vuol dire che non interagiscano tra di loro, ma ognuno di loro sembra seguire un suo copione, con suoi obiettivi che, in alcuni casi, non ci vengono mai comunicati, rendendo il tutto un po’ troppo fine a sé stesso per i miei gusti.

Il film è poi afflitto da alcune scene che mancano totalmente di qualunque logica o senso.
A questo punto muoio dalla voglia di parlarne in modo esplicito, ma, per il bene di coloro i quali ci tengono a vedere questo film senza sapere nulla, mi tratterò…

No ci ho ripensato. Saltate pure la prossima sezione, racchiusa dai tag spoiler oppure fate a meno poi di venire a lamentarvi col sottoscritto!

 

[SPOILER]

 

 

TOP WORST PROMETHEUS SCENES:

 

5) Per fare una nave spaziale, si sa, serve una cosa di fondamentale importanza: l’ossigeno. Senza l’ossigeno si muore.
E per contenere l’ossigeno si usano di solito dei grandi contenitori o bombole piazzati in posti strategici e tendenzialmente sicuri. Si fa questo per svariati motivi tra i quali c’è anche il fatto che al mondo esiste una cosa che davvero non va d’accordo con l’ossigeno: il fuoco. Quale arma portereste quindi in una missione spaziale se non un fantastico lanciafiamme?
Comodo. pratico, economico. Il lanciafiamme è un arma affidabile e, concedetemi il gioco di parole, poco propensa al backfire. Piace ai bambini, è comodo durante le grigliate e d’estate, con le zanzare, ma, soprattutto, è un’arma che chiunque, anche il più inetto scienziato pacifista può usare senza problemi. Voglio rovinarmi, se lo acquistate vi do in omaggio anche un accendino firmato Weyland-Yutani.

4) Nella missione c’è una specie di punk. Non è chiaro come un soggetto del genere sia stato selezionato, ma possiamo presupporre che questo improbabile evento sia dovuto alle sue innegabili capacità. Il suddetto brutto ceffo è infatti l’addetto alle mappe ed è pure un geologo, quindi, per quanto non sia decisamente il massimo affidarsi ad un punk per questo genere di cose e, per quanto il soggetto in questione sia chiaramente un idiota, siamo sicuri che capisca qualcosa in più rispetto all’uomo medio di rocce, grotte e geografia sotterranea. Ora, vediamo un po’, chi sarà mai l’uomo che si perde nelle suddette grotte? /facepalm
Aggiungerei che tutto il resto della spedizione fa ritorno sulla nave, ORE DOPO, e in mezzo ad una tempesta, ma nessuno, NESSUNO, pensa nemmeno per un momento di contattare quell’idiota del geologo e quel cerebroleso del suo amico biologo (vedi di seguito).

3) Insieme al geologo di cui sopra abbiamo anche un utilissimo biologo(interpretato da un povero Guy Pearce, mai così sprecato). Si suppone anche in questo caso che un biologo sappia che certi organismi, in particolare quelli alieni che emergono da uno strano liquido nerastro, possano essere nocivi per la salute. E’ quindi logico che questo biologo si metta a coccolare una disgustosa sanguisuga aliena  invitandola di fatto a spezzargli il braccio, rompergli la tuta e infilarsi lungo la sua trachea (o esofago)… almeno il geologo era strafatto di marijuana, ma lui che giustificazione aveva per la sua idiozia?

2) In ogni missione scientifico/spaziale, vigono delle precise norme di sicurezza. Non aprire il portellone mentre la nave si trova fuori dall’atmosfera, non usare un lanciafiamme sulla nave, mantenere un canale di comunicazione con il resto del gruppo e, soprattutto, mai, per nessun motivo al mondo, ma proprio mai mai mai, togliersi quel dannato casco! Non importa se l’aria è respirabile e profuma di arbre magique! Un archeologo un biologo e un geologo (entrano in un bar) non arrivano a capire che un microorganismo del cavolo potrebbe ucciderli tutti se si tolgono quel dannato casco? ma dai…

1) Il top del top. Cosa fareste voi se una nave spaziale gigante stesse rotolando sul suolo travolgendo tutto e minacciando di schiacciarvi? Ma è ovvio! Continuereste a correre nella sua ombra nella speranza che… non so… una folata di vento la faccia deviare? Inciampi e cada di lato? In questa scena magistrale si vede la differenza tra una che si è laureata (l’archeologa) e una pezzente qualunque: la prima capisce che deve spostarsi di lato, la seconda invece evidentemente non riesce a concepire questo complesso pensiero… con prevedibili conseguenze.

 

[/SPOILER]

 

 

Insomma, come spesso accade ultimamente il problema di Prometheus sta tutto nella sceneggiatura. E ora, io non voglio essere cattivo, ma perché diavolo tra gli sceneggiatori di un film con Prometheus compare il nome di Lindelof? Siamo per caso votati al fallimento?
Se non sapete chi sia costui, vi comunico che si tratta di uno dei principali responsabili della trama (o della deriva) di Lost e, se anche questo nome non vi dice nulla, consideratevi fortunati, ma anche molto sfortunati…

Se invece non siete d’accordo con la mia valutazione negativa del finale di Lost: quella è la porta!

Si, dall’ultima recensione ho ristrutturato

 

In ogni caso non voglio dire che sia colpa di Lindelof se l’esperimento Prometheus è fallito (perché è fallito) ma conoscendo i suoi trascorsi, il dubbio permane.
Ma basta con quest recriminazioni. Questo non è un tribunale e io non sono certo qui per individuare un colpevole. Al di là delle colpe, quindi, che dire di questo film?
Come vi sarà ormai chiaro, il potenziale c’era, ma, purtroppo, non è stato sfruttato, causa una sceneggiatura confusionaria, inconcludente e, a tratti, illogica. Questi difetti tutt’altro che trascurabili fanno si che il film non sia altro che un bellissimo esercizio di arte fotografica, con tanta atmosfera, ma zero sostanza.
Un peccato davvero.
Come se non bastasse, sappiate che il film da solo non basta a spiegare tutto l’antefatto di Alien, lasciando più di una domanda senza risposta e, anzi, creandone di nuove.
Forse l’idea era quella di realizzare un sequel che tappi finalmente tutti i buchi, ma, se posso dire la mia, si tratta di un’idea che spero vivamente non si concretizzi.