Rieccomi! Dopo un’attesa più lunga del previsto, causa stanchezza apocalittica serale, torno a propinarvi una delle mie recensioni.

Anzi, per farmi perdonare per il ritardo e festeggiare il mio ritorno su queste pagine digitali, vi presento qualcosa di innovativo, sperimentale e rivoluzionario: una recensione doppia!

Come funziona?
Semplice: ci sono due film e ve li recensisco in contemporanea. Come un giocoliere, che abilmente si destreggia in un complesso numero, come un funambolo, sospeso tra terra e cielo, come Colombo, un ponte sospeso tra due mondi, come la fidata Esselunga, quando vi tenta con un ‘paghi uno prendi due’.

Ma ora basta con le metafore (cit.) e procediamo.

PARENTAL ADVISORY: vi metto in guardia. Questa recensione contiene alcuni spoiler riguardo la trama dei due film. Se non volete sapere niente, guardateli e poi tornate qua.

Fire with fire

Anno: 2012
Regista: David Barrett

Sceneggiatura: Tom O’Connor

Genere: Azione/Thriller

Guarda il trailer

La fredda luce del giorno

Anno: 2012
Regista: Mabrouk El Mechri

Sceneggiatura: Scott Wiper, John Petro

Genere: Azione/thriller

Guarda il trailer

Come potete facilmente intuire dalle locandine, i due film non sono stati scelti totalmente a caso, ma tenendo conto di alcuni denominatori comuni.
Il primo, e più evidente, è la presenza de Il Bruce™ (Willis). Il secondo, più subdolo, è il fatto che Il Bruce™ non riveste il ruolo del protagonista, ma è solo un comprimario.
Entrambi i film, inoltre, partono da premesse che ho trovato tutto sommato interessanti.

In Fire with fire seguiamo Jeremy Coleman che si barcamena tra atti eroici compiuti nelle vesti di vigile del fuoco e tristissime uscite serali con i suoi amici ubriaconi.
E’ proprio durante una di queste memorabili seratone, che la vita di Coleman subisce un netto cambio di rotta. Entrato in un mini-market per rifornirsi di birra, il giovane pompiere assiste a una rapina perpetrata da un gruppo di neonazisti guidati dallo spietato Hagan (Vincent D’Onofrio), durante la quale perdono la vita due persone.
Scampato per un pelo alla morte e, ricordantosi di essere un eroe d’altri tempi, Coleman si presenta alla polizia come testimone oculare dell’accaduto e viene così inserito nel programma di protezione testimoni, non prima di aver fatto la conoscenza de Il Bruce™, poliziotto che ha una faida personale col nostro neonazista preferito. Non passerà molto, però, prima che Jeremy comprenda che le forze dell’ordine non potranno proteggerlo per sempre, giungendo così a un’unica, inevitabile conclusione: Hagan deve morire.

Passando a La Fredda luce del giorno, il film si apre in Spagna, durante una vacanza di famiglia dominata da Martin Shaw, un Bruce Willis padre padrone, immotivatamente ostile nei confronti del figlio Will, che, dal canto suo, sta vivendo un brutto periodo a causa del lavoro.
Il povero Will non lo sa, ma la sua vita è destinata a peggiorare ancora nel giro di poche ore.
Separatosi per breve tempo dai suoi genitori e da suo fratello, Will fa infatti ritorno solo per scoprire che sono tutti scomparsi.
Non solo, rivoltosi alla polizia, rischia di essere rapito da alcuni soggetti poco simpatici, venendo salvato solo all’ultimo da suo padre.
E’ così che Will scopre che l’uomo che pensava di conoscere non è in realtà un semplice analista finanziario, ma una spia… e qui vorrei dire, tuo padre è Bruce Willis e pensi che possa essere un analista finanziario? Suvvia…

Abbiamo dunque a che fare con due film d’azione, che però cercano di costruire una trama intelligente. In entrambi i casi un uomo qualunque si trova catapultato in una situazione a alto tasso di pericolo. In entrambi i casi, a accompagnarlo, oltre alla solita gnocca (Rosario Dawson per Fire with fire e Véronica Echegui per La fredda luce del giorno), abbiamo Il Bruce™, un uomo d’azione, con grande esperienza, in grado di guidare il giovane protagonista nella sua ascesa da uomo della strada a guerriero urbano.
Quello che resta da vedere è se queste premesse verranno o non verranno rispettate nel dipanarsi della sceneggiature.
Vi dico subito che, purtroppo per voi, ma soprattutto per me che ho dovuto vedere questi due film, le cose non stanno così.

Ma, una cosa alla volta, procediamo con ordine, e diamo il via alla sfida dei personaggi!

Jeremy Coleman VS. Will Shawn

Herny Cavill vs. Josh Duhamel

Josh Duhamel, nei panni di Jeremy Coleman risulta abbastanza convincente. Quello che lo frega è il fatto che un uomo da solo, senza particolare addestramento, sia in grado di sfuggire alle forze dell’ordine, recuperare un’arma e debellare un’organizzazione criminale contro la quale la polizia non poteva nulla. Ah, ma, direte voi, c’era Rosario Dawson, AKA Talia Durham, a addestrarlo con una pistola e delle bottiglie di birra per ben dieci minuti!

Ok, avete ragione..
Tuttavia, se possiamo chiudere un occhio sulla sua abilità balistica, altrettanto non possiamo fare per la sua trasformazione da uomo timorato di Dio in giustiziere della notte, nel giro di due scene. Non puoi farti problemi a ammazzare uno e, subito dopo, torturarne un altro a sangue freddo, a meno che la cosa venga giustificata con una sindrome da personalità multipla. Cosa che non accade.
Di contro Herny Cavill, nel vestire i panni di Will Shaw, risulta abbastanza insipido, non riuscendo a conferire al personaggio una caratterizzazione, una particolarità, insomma qualcosa che riesca a farlo risaltare e a farci interessare a lui.
In una sfida di machismo, il personaggio di Cavill parte da una posizione svantaggiata, non essendo nemmeno abituato a affrontare situazioni pericolose, come il nostro pompiere favorito. Tuttavia, nel corso della storia, dobbiamo constatare come debba, quantomeno, aver seguito un corso di guida pericolosa (potenzialmente letale), dato che riesce a seminare degli agenti segreti per le strade di Madrid.

Tirando le somme, direi che la palma del vincitore spetta al buon Duhamel, che, quantomeno, riesce a renderci un minimo partecipi delle peripezie di Coleman, mentre di Will Shaw, del suo lavoro e del ‘mistero’ della sparizione della sua famiglia, non potrebbe fregarcene di meno.

PUNTEGGIO FINALE 1-0 per Duhamel

Rosario Dawson vs. Véronica Echegui

Rosario Dawson vs. Véronica Echegui

A livello di recitazione entrambe le attrici lasciano abbastanza a desiderare, complici anche dei personaggi non proprio approfonditi. In particolare ho trovato notevole (in senso negativo) la mancanza di reazione della Echegui di fronte a alcune importanti rivelazioni di carattere personale sul suo conto. Non che Henry Cavill riesca a trasmetterci più stupore e emozione, sia chiaro.
Sarà forse dovuto al fatto che le suddette rivelazioni sono così ovvie che anche loro se le aspettavano da tempo?

A parte questo, la sfida dell’inutilità tra i due personaggi è un testa a testa serratissimo.

La Dawson interpreta un’agente delle forze dell’ordine che, non solo è incapace di mantenere il distacco professionale necessario per non innamorarsi del testimone che deve proteggere, ma riesce anche a farsi quasi ammazzare. Per ben due volte.
Stendo un velo pietoso sul fatto che, entrambe le volte, sarà ovviamente il suo protetto, privo di addestramento, a salvarla.

La Echegui é decisamente più inutile e il suo ruolo nel film ammonterebbe a uno zero tondo tondo, se non avesse dalla sua degli amici interessanti e insensatamente pericolosi. Apparentemente, in Spagna, il proprietario di una discoteca e i suoi buttafuori pongono una seria minaccia anche per degli agenti segreti.

In conclusione concederei la palma della vittoria alla Echegui, perché se non altro, la sua apatica presenza è funzionale all’introduzione dei personaggi più originali di entrambi i film, mentre la Dawson è funzionale solo a mettersi in pericolo costantemente.
E poi, diciamocelo, la Echegui è più bella.

PUNTEGGIO FINALE 0-1 per Véronica

Questo secondo confronto, mi porta a meditare sul fatto che, nella sfida iniziale, abbiamo trascurato il fattore “rimorchio”. Considerando che Josh porta a casa il trofeo, mentre Henry rimane a bocca asciutta, mi trovo costretto a alterare il punteggio.

PUNTEGGIO FINALE 2-0 per Josh e congratulazioni

Sigourney Weaver vs. Vincent D'Onofrio

Sigourney Weaver vs. Vincent D’Onofrio

So che vi state chiedendo da dove ho preso la stilosissima foto di D’Onofrio e, siccome mi sento buono, soddisfo subito la vostra curiosità, rivelandovi che viene da The Cell: un film che NON volete vedere!

Dunque che dire sui nostri due cattivi?
Come dite? Pensavate che Sigourney interpretasse un personaggio positvo ne la fredda luce del giorno? Vi do atto del fatto che il trailer e il film cercano di convincerci che le cose stiano effettivamente così; è un vero peccato, però, che esista questa parte della locandina.

Sigourney is a good girl

Sarà la camminata, sarà l’esplosione alle sue spalle, o gli occhiali da sole e la pistola in mano, ma la nostra Sigourney Weaver non mi comunica troppa amicizia e bontà in questa sua incarnazione. Anzi vi dirò, c’è un altro personaggio a cui questa immagine mi ha fatto subito pensare:

Sarah Connor?

Nonostante il suo incedere da macchina sterminatrice venuta dal futuro, la Weaver nei panni dell’agente doppiogiochista Jean Carrack, è molto meno minacciosa di quanto la locandina cerchi di comunicarci. Per gran parte del film la vediamo arrancare dietro ai protagonisti, continuamente presa in contropiede da degli individui che, mancando di qualunque addestramento, non dovrebbero causarle grossi problemi. Difficile valutare la sua interpretazione, dato che il personaggio, per quanto potenzialmente interessante, non viene mai sviluppato in alcun modo, nemmeno dal lato del rapporto col complice. Un peccato, perché avrebbe potuto spezzare la piattezza della trama.

D’Onofrio invece risalta molto di più nel ruolo dello psicopatico neonazista David Hagan. La freddezza calcolatrice che perdura fino alla fine del film e la capacità (quasi sovrannaturale a dire il vero) di essere sempre un passo davanti alle forze dell’ordine, lo rendono quantomeno un cattivo all’altezza delle aspettative. Come bonus aggiunto il personaggio beneficia della famosa ‘”immortalità da cattivo”, quella dote posseduta dagli antagonisti di certi film che gli permette di sopportare danni e ferite che ucciderebbero chiunque altro e/o di risorgere momentaneamente per lo spavento finale. Una dote che invece la Weaver non possiede.

PUNTEGGIO FINALE 1-0 per D’Onofrio

Bruce Willis vs. Bruce Willis

Bruce Willis vs. Bruce Willis

E siamo arrivati infine al tanto atteso mirror match.
Vi dico subito che ci troviamo di fronte a un pareggio, così vi togliete l’ansia.
Entrambi i personaggi interpretati dal buon Bruce mi hanno trasmesso una forte sensazione di incompletezza. Nella prima parte del film, sia sul poliziotto (Fire wIth FIre), sia sul padre di famiglia (La Fredda Luce del Giorno) sembra esserci il tentativo di costruire qualcosa.
L’insistenza di del detective Mike Cella nel tentare di acquisire informazioni su Jeremy e il suo (inutile) incontro segreto con il cattivo, sono estremamente sospetti. Allo stesso modo, l’ostilità di Martin Shaw nei confronti del figlio non può che farci porre qualche domanda. Purtroppo in entrambi i casi, questi elementi non portano a nulla. Non solo, ne La fredda luce del giorno il personaggio del Bruce viene eliminato quasi subito in un modo talmente brutale, freddo e affrettato, che per quasi tutto il film ho aspettato il colpo di scena che lo avrebbe riportato in vita, complice anche il fatto che era stato chiaramente colpito alla spalla. Invece nulla.

L’inutilità dei due personaggi e il loro mancato sviluppo, pesano così tanto e sono a tal punto inspiegabili, da avermi portato a formulare una teoria secondo la quale in entrambi i film al Bruce sarebbe inizialmente stato riservato un ruolo di maggior rilievo che, poi, per qualche motivo, non ha potuto rivestire. E qui le ipotesi sono due:

a) Erano finiti i soldi.

b) Il Bruce ha deciso che meno aveva a che fare con questi due film, meglio era per la sua carriera.

Qualunque sia la verità, secondo la mia teoria Mike Cella doveva originariamente essere in combutta col cattivo David Hagan, mentre Martin Shaw doveva solo aver inscenato la sua morte, per costringere la sua collega Jean Carrack a uscire allo scoperto. Tristemente le cose non sono andate così e non ci resta che rassegnarci di fronte all’inutilità di Bruce Willis, ridotto a un semplice specchietto per allodole o per spettatori che non leggono questo fantastico blog.

PUNTEGGIO FINALE: 0-0 pari

La Trama:

Prima di tirare le somme di questa recensione, è inevitabile spendere due parole sulla sceneggiatura dei due film.
Come forse avrete già intuito da quanto detto finora, la Fredda Luce del Giorno esce distrutto da questo confronto. Per gran parte del film, infatti, i protagonisti sembrano girare a casaccio, dicono e fanno cose poco interessanti. La trama procede stancamente, inseguimento dopo inseguimento, fino a un finale decisamente sotto tono.
Di contro, Fire With Fire, con tutti i suoi problemi, le scene poco plausibili, i personaggi sopra le righe, l’inutilità de Il Bruce™, eccetera, eccetera.. riesce comunque a portare a casa il risultato: raccontarci una storia, che coinvolga un minimo.
Paradossalmente, dei due film, Fire With Fire dovrebbe essere quello più scontato: tutto è già chiaro dal trailer e la sceneggiatura non riserva alcuna sorpresa per lo spettatore. La Fredda Luce del Giorno parte invece da una premessa che si presta di più, se si vuole costruire una storia complessa, piena di cambi di direzione e di sorprese.
Infatti lo sceneggiatore ci ha provato a infilarci un paio di colpi di scena. Il problema é che sono così chiamati, banali e sfruttati in modo talmente becero, da risultare addirittura controproducenti. Il fatto poi che non siano supportati né da scene, né da personaggi, non dico memorabili, ma almeno non completamente trascurabili, non fa che aggravare la situazione.

Il Verdetto Finale:

E siamo così giunti alla conclusione di questa interminabile recensione doppia. Qual’è quindi il film migliore tra i due?

Premettendo che io ve li sconsiglio entrambi, se proprio volete farvi male, penso che meriti di più Fire with Fire.
Intendiamoci: il film è, a mio parere, pessimo. E’ a livello di un film nato per la televisione e non mi è chiaro come sia arrivato al cinema, né come sia stato possibile coinvolgere Il Bruce™ e D’Onofrio in una produzione del genere. Tuttavia almeno non soffre del ben più grave difetto che affligge invece la Fredda Luce del Giorno: la piattezza. Nel film di El Mechri non succede nulla e quel poco che succede è totalmente privo di interesse, nonché prevedibile.
Insomma, se dovete vedere un film di serie B, almeno fate in modo di vederne uno un minimo divertente. E in ogni caso, lasciate perdere questi due film e guardatevi qualcos’altro.

PUNTEGGIO FINALE: 4-1 per Fire with Fire

Vi lascio ora alla classifica delle scene migliori, dove, con “migliori”… non intendo DAVVERO migliori…
Sono quasi tutte di Fire With Fire, ovvero l’unico film, tra i due, che ha davvero delle scene.

CLASSIFICA DELLE SCENE MIGLIORI:

Fire With Fire:

– Il pompiere  Jeremy Coleman cerca di acquistare delle armi avvicinando dei ragazzi di colore. Questi lo insultano e lo rapiscono, poi, dopo aver considerato attentamente la possibilità di ucciderlo, decidono di dargli una scarsissima pistola per tutti i suoi soldi. Il bello di tutto ciò è che il povero Coleman vuole usarla per uccidere proprio il loro principale avversario per il controllo del quartiere. Non solo questi trafficanti sono poco furbi, ma gli sfugge anche una regola fondamentale del commercio: “il cliente ha sempre ragione” e se non lo uccidi, forse avrai altri clienti dopo di lui.

– Sempre Jeremy Coleman si scontra per la prima volta con uno dei tirapiedi di Hagan e fa di tutto per non ucciderlo, perché è un eroe e é contro la violenza, ma, quando sta per avere la peggio, il cattivo muore. Come? Sinceramente me lo sto ancora chiedendo. L’ipotesi più acclamata è che Il Bruce™ gli abbia sparato dal suo ufficio in perfetto stile Wanted.

– Il pompiere più eroico del mondo entra in una officina e vede chiaramente uno scagnozzo di Hagan che lavora sotto una macchina. Cerca quindi di aggirarlo per aggredirlo. Sfortunatamente per lui, non si tratta di uno scagnozzo qualunque, ma di un sensitivo col dono dell’ubiquità, che riesce a colpirlo da dietro un angolo senza vederlo,mentre continua a riparare l’auto. L’alternativa é che avesse inscenato tutto con una sagoma di cartone.

– Avuta la meglio dello scagnozzo di cui sopra, il pompiere si prepara a torturarlo. Finalmente! Ora avremo l’occasione di assistere al dramma morale, di vedere l’eroe, costretto a scendere al livello dei suoi nemici, a sporcarsi le mani. Ora vedremo il conflitto interiore, la corruzione dell’animo umano!
No. Il tutto succede in un cambio scena, lontano dagli occhi dello spettatore.

La fredda luce del giorno:

Come ho detto in questo film non succede nulla, né di bello, né di brutto. L’unica scena che non posso non citare é la morte di Bruce WIllis. Dopo aver discusso con la sua collega traditrice, il Bruce torna alla macchina dove lo attende suo figlio e.. muore.

FINE.

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Once more unto the breach

Pubblicato: giugno 17, 2013 in Blog updates

Ciao a tutti. Ci siete ancora?

Lo so, sono stato via diversi mesi e non ho aggiornato niente… ma la colpa è anche vostra che non vi iscrivete al mio blog e mi demoralizzate.
Fortunatamente per voi, la mia proverbiale generosità (e l’avere finito tutti i videogiochi che avevo in sospeso) mi ha ricondotto a questo desco, dal quale elargirò nuovamente la mia sapienza.

Insomma preparatevi, perché sono in arrivo nuovi film, la maggior parte brutti, vi avviso, e, se avrò tempo, anche altro!


Anno: 2012

Regista: Michael J. Bassett

Sceneggiatura: Michael J. Bassett

Genere: Horror

Guarda il trailer

Finalmente! Dopo tanta attesa, quando anche la speranza aveva ormai imboccato la via del sepolcro, Halloween ci ha consegnato un altro regalo a lungo agognato!

Era il lontano 2006 quando vidi per la prima volta il film di Silent Hill. In quanto fan sfegatato del gioco, ero abbastanza dubbioso sulla possibilità di rendergli giustizia.
Quanto mi sbagliavo! Silent Hill, infatti, era e rimane un capolavoro, nonché uno dei pochi esperimenti riusciti di trasposizione cinematoragfica di un videogioco.
Non esattamente un horror, perché non fa assolutamente paura, Silent Hill rimane comunque un film godibilissimo, anche per chi rifugge come la peste qualunque cosa incuta un minimo di timore.
Per i pochi di voi che non conoscono il brand, si tratta, in origine, di una celebre saga di videogiochi, nata nel paese del sol levante, appartenente al genere survival horror e, da sempre, in diretta concorrenza con l’altrettanto blasonato Resident Evil.
A differenza di quest’ultimo, tuttavia, Silent Hill ha da sempre puntato sull’inquietudine e sull’orrore psicologico, piuttosto che sullo zombie e sulle scene d’azione.
I capitoli della saga hanno protagonisti e trame differenti, ma tutti (o quasi) condividono la stessa ambientazione: una misteriosa cittadina che sorge sul lago Toluca (completamente inventato), negli Stati Uniti, il cui nome è, per l’appunto, Silent Hill.
Perennemente avvolta nelle nebbie e ricoperta da un’incessante “nevicata” di cenere, la città è abitata da strane creature, mostri e esseri umani folli, o forse da quelli che un tempo erano esseri umani e, ora, non sono altro che anime perse. Come se ciò non bastasse, di tanto in tanto, Silent Hill sprofonda nelle tenebre, in quello che potrebbe tranquillamente essere l’inferno. I suoi palazzi si sgretolano, come consumati dal tempo, lasciando solo scheletri di metallo e ruggine, e le sue strade vengono invase da creature vomitate dall’inferno, tra le quali spicca il celeberrimo Pyramid Head.

Si, quello è un coltello.

Per quanto riguarda la trasposizione cinematografica del gioco, la trama vedeva una donna e sua figlia, Sharon, alle prese con un misterioso culto, che aveva involontariamente scatenato il male sulla città, riducendola nello stato descritto poc’anzi.

Nonostante il mio grande apprezzamento per il primo capitolo cinematografico, l’hype per questo sequel è stato notevolmente smorzato da diversi fattori. Il dubbio ha iniziato ad erodere la mia speranza fin da quando ho letto il titolo.
La prima cosa che mi ha colpito è stata la presenza della magica parolina che ormai tutti noi (e i nostri portafogli) abbiamo imparato a temere: 3D.
E’ vero che il film originale aveva alcune scene altamente spettacolari, ma, siamo seri, a cosa serve realmente il 3D in un film horror? Il punto di forza degli horror non sono tanto le scene spettacolari, quando piuttosto l’atmosfera. Silent Hill, pur non essendo di fatto un vero horror, non sfugge a questa regola.
Queste considerazioni non hanno quindi fatto altro che evocare nella mia mente immagini poco lusinghiere che ritraevano il produttore, i distributori e il regista mentre brindavano con calici di champagne, ridendo della stupidità degli spettatori, che sarebbero presto andati a rimpinguare i loro portafogli con i loro sudati guadagni.
Giunto a questo punto delle mie riflessioni, tuttavia, mi sono detto che forse stavo pensando male e che non dovevo essere prevenuto… ma, poi, ho letto bene il titolo, notando la presenza di una delle “terribili parole con la R”.
Le “Terribili Parole Con La R” (tutte in maiuscolo), sono uno degli anatemi dell’accanito frequentatore di sale cinematografiche. Sono l’espressione ultima del pressapochismo dei distributori, che, quando si trovano per le mani l’ennesimo, inutile, sequel di un brand di successo e non hanno voglia, tempo e idee per trovare un titolo decente, pescano a caso dal “vocabolario dei termini abusati che fanno fico” (lo trovate in tutte le migliori librerie).
Tra queste parole dall’alto contenuto di “figosità” possiamo citare:

– Revelation

– Redemption

– Revolution

– Resurrection

– Regeneration

e la lista va avanti.
Nel nostro caso, la palma del vincitore è andata a “Revelation”.
Perché? Bho, forse perché era la prima dell’elenco? Fossi in voi non scarterei a priori questa ipotesi.

Digerire anche questo elemento di disturbo ha richiesto un certo sforzo da parte mia, ma non ero di certo preparato a quello che è venuto alcuni giorni dopo. La locandina.
Grande Giove. Ora, sono consapevole del fatto che, nonostante la fama del videogioco, in ambito cinematografico Silent Hill sia un titolo piuttosto di nicchia, ma come è possibile realizzare una locandina così dannatamente orripilante??
La locandina è, insieme al trailer, il primo impatto con lo spettatore. Lo deve attirare, lo deve incuriosire, lo deve convincere a scucire dei soldi!
Questa locandina è l’equivalente di una modella che si versa dell’acido in faccia, di un wannabe presidente degli Stati Uniti che dice che se ne frega di metà del suo elettorato (nessun riferimento a fatti, cose o persone reali). E’ come tagliarsi le gambe prima di una maratona! Sto esagerando? No dico, ma l’avete vista bene?

Vado a vomitare…

E’ obbrobriosa! Non c’è altro modo di definirla. A prescindere dalla fintezza di tutti i personaggi che hanno incollato su quello sfondo di fiamme generiche con patacca circolare, mai e poi mai avrei osato mostrare la faccia di quella specie di “Edward dei poveri” che è Kit Harington.
Seriamente, cosa ci fa nel film? Perchè non sta girando la terza stagione di Games of Thrones? Basta perdere tempo!

Durante la realizzazione di questo film non è stato fatto del male a nessun Jon Snow… o forse si

E ora, ringraziatemi per aver trovato una locandina dieci volte migliore da mettere in testa a questo articolo.

In ogni caso, la mia speranza, anzi, la mia Fede in Silent Hill era però troppo forte perché anche una porcata del genere potesse scoraggiarmi e, così, ho perseverato e sono arrivato fino alla macchinetta distributrice di biglietti del The Space Cinema. (No, non sto facendo pubblicità e, per dimostrarlo, vi dirò che ha un sito che fa schifo.)
Ho comprato il biglietto e mi sono accomodato nella buia sala, in attesa che lo spettacolo avesse inizio.
La serata è incominciata con le migliori premesse, quando due bambine si sono sedute di fianco a me e hanno incominciato a spaventarsi già con i numerosi trialer che hanno preceduto il film.
I più malvagi tra di voi, infatti, sapranno bene che non c’è niente di più soddisfacente di guardare un film horror con qualcuno che se la fa sotto. E così è stato.

Purtroppo però (essendomi già dilungato parecchio, ve lo dico subito), avrei fatto meglio ad ascoltare la mia coscienza che, implacabile mi sussurrava “Ti pentirai di aver visto questo film! Sono soldi buttati!”
Che dire? aveva ragione.

Il più grosso difetto del film, è evidente dopo i primi venti minuti. Lo sceneggiatore (nonché regista) si è prodigato, con pessimi risultati, nello sforzo di appiccicare la trama del terzo capitolo della saga videoludica dopo quella del primo film, trascurando i vari problemi che questa operazione avrebbe comportato. Tra questi, il più rilevante era sicuramente il fatto che, non solo il primo Silent Hill era alquanto conclusivo, ma si adattava anche malissimo alle premesse da cui prende il via il terzo gioco.
E così saltano fuori strani medaglioni magico-insensati, misteriosi detective che lasciano il tempo che trovano, cultisti che non dovrebbero esserci, ma ci sono e mostri assassini che creano loop inspiegabili di causa-effetto. Questo è difficile da spiegare senza spoilerare, accontentatevi di questa descrizione misteriosa degli strani effetti che la trama di Silent Hill Revelation può avere sulla vostra psiche.
Per farla breve la storia segue la giovane Heather, che subito scopriamo essere in realtà Sharon, la bambina del primo film. La ragazza scappa ormai da anni, nascondendosi, con l’aiuto del padre, dalla setta di fanatici che abitano la città maledetta. Inutile dire che presto la nostra eroina sarà costretta a fare ritorno nella cittadina per salvare suo padre e per affrontare il suo passato.
Detta così sembra una trama onestissima, non particolamente originale, ma nemmeno orribile. Purtroppo, però, il tutto è complicato da una serie di espedienti realizzati ad hoc per spiegare le enormi incongruenze col primo film, a cui sia aggiungono elementi sostanzialmente inutili, come il medaglione, che potete vedere nel trailer, o il tentativo del culto di creare un dio in terra, preso di peso dal primo gioco della serie e messo lì, non si sa perché.
Insomma, lo dico senza mezzi termini: la trama fa schifo, manca di coerenza e, per un bel po’, si limita a lanciare addosso allo spettatore nozioni ed idee che non si capisce bene da dove vengano, né dove portino. Forse perché, spesso, non portano proprio da nessuna parte. Vi tolgo subito ogni illusione dicendovi che il finale non spiega molto, ma anzi, crea una nuova enorme incoerenza, facendo crollare fragorosamente il fragile castello di carte su cui era stato costruito tutto l’impianto narrativo.
Del resto, con Michael J. Basset, già autore dell’orripilante Solomon Kane, a realizzare la sceneggiatura e dirigere le riprese, non è che ci si potesse aspettare troppo di meglio.

Per quanto riguarda il cast non posso essere troppo critico. Dopotutto non è colpa loro se sono capitati in mezzo ad una bieca operazione commerciale senza anima.
Nonostante sulla locandina sia inguardabile, Kit Harington fa il suo lavoro degnamente, anche se l’aria da belloccio è totalmente in contrasto con il suo personaggio… ma si sa: anche il pubblico femminile vuole la sua parte. E allora belloccio sia!
Sean Bean fa praticamente solo un cameo e non è davvero valutabile nel contesto del film, così come anche Malcom McDowell, che, povero lui, è anche penalizzato dal fatto che il suo personaggio… non ha senso.
La nostra protagonista, Adelaide Clemes, mi ha lasciato piuttosto indifferente, forse più per il fatto che il suo personaggio è abbastanza privo di spessore, limitandosi ad essere la solita “ragazza da film horror” senza lode né infamia. E dire che il potenziale c’era, in particolare nella parte finale.

Il punto di forza del film è tutto negli effetti speciali. L’avreste detto mai?
La città maledetta è resa magnificamente, anche se non ho per nulla apprezzato l’abuso che è stato fatto della sua versione dark.
Ci sono poi alcuni elementi davvero notevoli anche a livello di design e non solo di realizzazione. Mi riferisco in particolare al “ragno-manichino” che potete notare anche nel trailer. E’ uno dei mostri più originali e terribili che abbia visto da molto tempo a questa parte (e vi assicuro che ne ho visti parecchi). In effetti è l’unico motivo per cui non darei fuoco alla pellicola e a tutti quelli che ci hanno lavorato. Purtroppo il suo momento di gloria è un fugace attimo che ha scarso impatto sul film e rappresenta una delle tante sequenze fini a sé stesse che ne caratterizzano il plot.
Il 3D non è che una postilla, un inutile orpello, che noterete solo nei primi minuti, durante i quali la cenere sembrerà cadervi addosso. Poi ve ne dimenticherete, e forse è un bene.

Purtroppo, come è ovvio, l’aspetto grafico non basta a salvare un prodotto irrimediabilmente compromesso a livello di trama, tanto più quando si tratta di un horror, genere per il quale atmosfera, suspence e colpi di scena non sono affatto degli optional.
Silent Hill Revelation 3D potrebbe piacere ai fan veramente sfegatati interessati unicamente agli aspetti citazionistici della pellicola. Da questo punto di vista il film non delude. A cominciare dalla trama, che come detto è abbastanza fedele al terzo capitolo della saga videoludica, per passare ad alcuni dei personaggi e finire con le mitiche infermiere zombie. Su queste ultime apro una piccola parentesi perchè, va bene il citazionismo, ma riproporre praticamente una scena già presente nel primo Silent Hill, privandola di gran parte della suspence e girandola peggio, non è proprio il massimo…

Le infermiere col produttore Don Cormody… sarebbe un’adeguata punizione per questo film…

Come hanno poi dimostrato lei miei improvvisate compagne di visione teenager, di cui ho parlato all’inizio della recensione, potreste apprezzare questo film anche se siete delle ragazzine di 12-13 anni, facilmente impressionabili. In questo caso, solo per voi, Silent Hill può diventare un horror davvero spaventoso… o almeno così pare a giudicare dai continui gridolini che hanno funestato i miei 94 minuti di visione. C’è da dire, però, che non sono sicuro che le suddette ragazzine abbiano davvero visto il film, dato che per la maggior parte del tempo hanno tenuto le mani premute sugli occhi… prendete quindi questa considerazione con la dovuta cautela.

Per concludere questa infinita recensione, se avete voglia di reimmergervi nelle allucinate atmosfere di Silent Hill, compratevi i giochi della serie che vi mancano, rigiocateli, oppure riguardatevi il primo film, ma state il più lontano possibile da questa porcheria, ne rimarreste unicamente delusi.


Anno: 2012

Regista: Ole Bornedal

Sceneggiatura: Juliet Snowden, Stiles White, Leslie Gornstein

Genere: Horror

Guarda il trailer

Per noi amanti dell’horror ottobre è un po’ come Natale. Ormai Halloween è diventata una festa internazionale e una ghiotta occasione per le case produttrici, che non si fanno certo pregare per inondare le sale cinematografiche di pellicole grondanti sangue e frattaglie umane assortite.
Così, con l’avvicinarsi inesorabile della Notte delle Streghe, ecco che, direttamente dall’inferno, è giunto nelle sale questo The Possession.
Confesso che non sono un grande fan dell’Esorcista (il primo) e della sua blasfema (e numerosa) progenie di cloni. Non ho mai trovato l’idea della possessione demonica così inquietante o spaventosa ed è quindi abbastanza raro che decida di impiegare due ore della mia vita per questo genere di film.
Tuttavia, in questo caso, ho trovato il trailer ben fatto e la locandina davvero azzeccata.
L’idea di una possessione a livello fisico e non solo spirituale, ha stuzzicato la mia fantasia e mi è sembrata sufficiente per distinguere il film di Bornedal dalla massa.

Diciamo subito che, dopo i primi venti minuti mi ero già parzialmente ricreduto; la premessa, infatti, non brilla certo per originalità.
Un ottimo Jeffrey Dean Morgan interpreta Clyde, allenatore di uan squadra di basket e padre di due bambine, tanto dolci quanto assolutamente odiose:  Hannah (Madison Davenport) e Em (Natasha Calis).

La prima è sostanzialmente un personaggio inutile. Dall’inizio del film, fino alla fine, dice tre o quattro fasi di senso compiuto e avremmo potuto fare a meno di tutte. Dimenticavo, in due scene, forse per fare concorrenza a Step Up, balla anche.
La seconda è la vera protagonista del film, insieme a Clyde, e si tratta praticamente della solita bambina new-age, superbuona, vegana, che “se rompe già le palle a quell’età, figuriamoci da grande”! Se avete visto la Guerra dei Mondi, con Tom Cruise, dovreste aver presente il tipo.

Non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirvelo, ma, ovviamente, Clyde e sua moglie Stephanie (Kyra Sedgwick), sono separati, perché Clyde è troppo impegnato col lavoro. Ma non mi dire!
Com’è inevitabile Stephanie sta vedendo un altro uomo, anche se sotto sotto prova un po’ di nostalgia per l’ex-marito.
Fin qui, tutto come da copione. Il copione usato per il 50% dei film horror esistenti.

Come il titolo poco esplicito vi avrà già fatto capire, presto o tardi la piccola Em finirà per incappare in un oscuro spirito o demone, contenuto all’interno di una misteriosa scatola. Tale forza oscura si impossesserà di lei, trasformandola in… una bambina non tanto buona…

Nonostante la banalità esagerata dei personaggi e delle relazioni tra di essi, il cast riesce a risollevare un po’ il nostro morale regalandoci delle buone interpretazioni.
La giovane Natasha Calis passa da bambina mielosa a demone in..demoniato con grande facilità, anche se le sue pose da “ora ti apro in due”, risultano un po’ ridicole e fin troppo esplicite, ma non credo che si possa imputare a lei la colpa di questa pecca.

Natasha Calis in un momento di relax

La Sedgwick, dal canto suo, pur avendo un personaggio piatto e a tratti odioso riesce a conferirgli un certo spessore, senza scadere più di tanto nello stereotipo dell’ex-moglie rompiscatole. Jeffrey Dean Morgan, infine, come già accennato, risulta convincente nella sua trasformazione da padre troppo impegnato a uomo in lotta con le forze del male. Del resto stiamo parlando di John Winchester! Se non sa lui come si ricaccia un demone all’inferno, nessuno lo sa!

Giusto per mantenerci su alti livelli di originalità, abbiamo poi, tra i comprimari, anche il nuovo boyfriend di Stephanie, che, tenetevi forte, non si chiama Brad, come il 90% dei personaggi di questo tipo, nossignore. Si chiama Brett…

Ma il povero Brett in realtà non è davvero odioso e, anzi, non prova risentimento nei confronti di Clyde, è buono e  gentile con lui, con Stephanie e anche con le sue figlie, al punto da darci l’impressione che sia Clyde quello meschino. Ora, quando il ribaltamento di un cliché è a sua volta un cliché, secondo me sarebbe il caso di inventarsi qualcosa di nuovo, ma evidentemente gli sceneggiatori non la pensavano così.

Al di là della totale, assoluta, mancanza di idee, il film risulta ben girato per una buona metà. L’atmosfera va costruendosi pian piano, la scatola incute il giusto timore e c’è comunque una certa curiosità di vedere dove si andrà a parare.
Ho trovato però che, in alcune scene, il film tenda ad arrancare, dilungandosi senza una vera ragione.

Un esempio? Ad un certo punto le bambine e Clyde entrano a casa e scoprono che c’è qualcuno: un procione, che se ne va, senza causare danni, senza vedersi nemmeno e senza mai più tornare. La sua comparsa, che nulla ha di sovrannaturale, viene tra l’altro annunciata cinque minuti prima, giusto per distruggere qualunque tensione lo spettatore possa provare, se non quella causata dal terrore di doversi sorbire l’ennesimo “Bu!”.
Non l’ho ancora detto, ma il film fa ampio uso (anzi si tratta proprio di un abuso) di sbalzi immotivati dell’audio per spaventare lo spettatore. Come se non bastasse, in diversi casi, tali espedienti non sono collegati in alcun modo a situazioni di tensione e/o paura, ma saltano fuori a casaccio, giusto per infastidirci.

Nonostante tutte quest pecche, il film sarebbe riuscito comunque ad essere un prodotto decente, se non fosse che, nel secondo tempo, probabilmente anche gli sceneggiatori sono caduti vittima di un demone e la trama perde qualunque parvenza di sensatezza.

Sono due gli elementi che ho trovato più insensati e inaccettabili nel dipanarsi della trama. Se non amate gli spoiler potete saltarli tranquillamente, altrimenti continuate a leggere:

1- Apparentemente se sei uno spirito demoniaco e vieni intrappolato in una scatola questo non ti impedisce di uccidere con una violenza inumana chiunque si avvicini a meno di cento metri dalla tua scatoletta. E quando dico “violenza inumana” intendo: scagliare ripetutamente una persona contro il muro fracassandole le ossa, far sanguinare gli occhi e, presumibilmente, causare l’esplosione di diverse vene nella zona facciale, scaraventare un adulto fuori da una finestra ed evocare dal nulla un camion che si scontri con la macchina dei tuoi nemici.
Però, una volta impossessatoti del corpo di una bambina, la tua prodezza più grande è quella di strappare i denti ad una persona e anche un uomo normale può riempirti di botte e costringerti a possedere qualcun altro.
E ora mi obietterete “Non era un uomo normale, era John Winchester!!”
Avete ragione.

2- Brett, lo sappiamo tutti, è destinato a morire dal momento in cui ci viene presentato. E’ così ovvio che ce lo mostra anche il trailer. Ma volete sapere la vera sorpresa? Brett non muore. O meglio, forse muore, forse no. Non sono del tutto sicuro.
Il fatto è che, dopo che gli sono stati strappati i denti dai poteri telecinetici demoniaci di Em (vedi punto 1), il povero Brett sale sulla sua auto, che, forse mossa da paura, parte in retro ed esce di scena… così. Questa è l’ultima volta in cui qualcuno ha visto Brett e la sua macchina… vivi. Ma anche morti.
In effetti ora che ci ripenso è inquietante, ma ancora più inquietante è il fatto che ne Clyde, né Stephanie, né Hannah lo menzionino mai più, né si chiedano dove sia finito, né tengano un funerale… almeno per i suoi denti!
Forse gli sceneggiatori volevano suggerirci che la sua morte è stata così totale, così definitiva, così irreversibile che persino la memoria della sua esistenza è stata rimossa dalla mente dei suoi conoscenti.
O forse no.

Per tirare le conclusioni di questa recensione, The Possession non mi è piaciuto e ve lo sconsiglio.
L’idea in sé non è da buttare, anzi. La scatola e soprattutto il suo contenuto, sono elementi inquietanti e misteriosi e, come già detto all’inizio, il carattere fisico della possessione è abbastanza originale. Tuttavia questi due elementi da soli non sono in grado di salvare la pellicola, che va avanti intervallando cliché e odiosissimi “Bu!”, senza spingersi mai oltre questo schema.
In questo contesto l’ottimo cast risulta sprecato e, pur rendendo credibili i personaggi, non ci aiuta a calarci nell’atmosfera che si dovrebbe respirare in un film di questo genere.
Per tutto il film non c’è quasi mai un momento di vera tensione e, sul finale, quando un crescendo di paura e orrore dovrebbe portarci al confronto col demone, gran parte delle scene le ho trovate più comiche che altro.

Insomma, se volete un bell’horror gustoso che vi tenga svegli la notte di Halloween, cercate da un’altra parte.

 

P.S. Dimenticavo. “Based on a true story”.. seriously…


 

Anno: 2012

Regista: Pascal Laugier

Sceneggiatura: Pascal Laugier

Genere: Thriller

Guarda il trailer

 

Bentornati, miei preziosi lettori, al nostro saltuario appuntamento col mondo del cinema. Confidando nelle vostre notevoli capacità deduttive, ritengo di poter asserire che abbiate già capito di quale film andremo a parlare quest’oggi, ma, per amor della pedanteria, lo scriverò comunque a chiare lettere: i bambini di Cold Rock.
come spesso accade, ritengo che, anche in questo caso, il titolo originale, The Tall Man, fosse molto più evocativo e meno generico di quello italiano, ma, si sa, i distributori raramente ripongono fiducia nella capacità del loro pubblico medio di andare oltre un semplice titolo… e non mi sento di dargli troppo contro per questo: un po’ hanno ragione.
Se vi state chiedendo per quale motivo il titolo originale faccia riferimento ad un fantomatico “Uomo Alto”, dovrete convivere con la vostra sete di conoscenza ancora per alcune righe e trarre sostentamento dalle mie parole, mentre passo a raccontarvi la trama di questa pellicola, scritta e diretta da Pascal Laugier.

Immaginate il posto più tetro, lurido e sporco che vi venga in mente. Bene. Se la prima immagine che vi è balenata in testa è quella del vostro frigorifero, allora forse dovreste fare qualcosa in merito.
Sto parlando di un piccolo villaggio nascosto in mezzo ad ampie foreste, isolato dal resto del mondo. Un luogo dove il tempo sembra scorrere con la velocità di una lumaca zoppa, abitato da gente all’apparenza ostile, che non ama le interferenze del mondo esterno e che vive sopportando e nascondendo, in silenzio, i drammi familiari che si consumano tra le case decadenti. Il classico posto in cui ci si imbatte quando la macchina si rompe improvvisamente o un cervo ci attraversa la strada e ci fa fare un incidente. Il luogo dove si annida sempre una famiglia di pazzi cannibali incestuosi, pronta a banchettare con i giovani ignari turisti che pensavano di godersi un tranquillo weekend, lontano dalla civiltà.
Questo è Cold Rock e, già delle prime scene, Laugier riesce a comunicarci efficacemente in quale schifoso buco dimenticato da dio abbia deciso di ambientare il suo thriller.
Come se non bastasse, la ridente cittadina ha anche un altro, non trascurabile problema.
Ma non temete, non si tratta della famiglia di cannibali di cui sopra e, se siete dei turisti, non avrete nulla di cui preoccuparvi… certo… a meno che abbiate un con voi un bambino…

Si, perché, come in un’oscura fiaba, ogni anno, l’uomo nero fa sparire alcuni dei giovani pargoli delle famiglie dell città e, di essi, non si trova più alcuna traccia.
Basandosi su alcune frammentarie e fantasiose descrizioni, forse nel tentativo di esorcizzare la paura, gli abitanti di Cold Rock hanno dato un nome a questo rapitore ignoto: L’Uomo Alto.
Ovviamente le ripetute sparizioni hanno, nel corso del tempo, attirato l’attenzione delle forze dell’ordine, incarnate nella fattispecie dal tenete Dodd, agente federale interpretato da uno Stephen McHattie che non sfigura.

In questo pittoresco scenario si muove la nostra protagonista: Julia Denning.
Interpretata da una convincente Jessica Biel, Julia è un infermiera, che sembra totalmente fuori posto nel deprimente villaggio e che, suo malgrado a fare luce sul mistero che avvolge la figura dell'”uomo alto” e i rapimenti da lui perpetrati.
Fanno da contorno una serie di personaggi minori dei quali non dirò nulla per evitare di svelare elementi della trama. Mi limito a constatare che tutto il cast fa il suo lavoro egregiamente, senza particolari scivoloni, ma anche senza regalarci interpretazioni memorabili.
Impossibile, però, non citare la presenza di William B. Davis, il mitologico Smoking Man di X-Files, nei panni dello sceriffo Chestnut. Un ruolo un po’ troppo di secondo piano a mio parere, per questo attore che, se non altro, è abituato a rivestire ruoli adatti alla storia che Laugier ci vuole raccontare.

Passando per l’appunto a parlare della trama. devo dire che, per la prima mezz’ora, il film sembra abbastanza banale e alcune scene paiono esagerate e fuori luogo. Il ricorso ai cliché del genere horror è ampio e tutto sa un po’ di già visto: la pazza del villaggio, la bambina muta, lo sceriffo imbranato; tutte cose a cui siamo abituati.

Tuttavia, proseguendo nella visione, complici anche un paio di colpi di scena mica da ridere, molti di questi elementi fuori posto o banali finiscono col trovare una loro precisa collocazione nel contesto della trama e contribuiscono ad accentuare l’interesse dello spettatore. Senza ombra di dubbio, è quindi proprio la trama il maggior punto di forza del film. Se trascuriamo qualche piccola forzatura, Laugier riesce a presentarcela in modo efficace. stupendoci più volte, distruggendo continuamente le  nostre certezze, e riuscendo comunque a tenere in serbo il mistero più importante per il finale, che, per quanto sia un po’ troppo buonista e prolisso, risulta comunque convincente.

Tecnicamente il film non colpisce particolarmente e, come si addice ad una storia di questo tipo, gli effetti speciali sono limitati a poche scene (fondamentalmente solo una). Non aspettatevi quindi niente di eclatante da questo punto di vista.
Ciononostante o forse proprio per questo, la decadenza di Cold Rock è resa molto bene e permea tutte le scene del film, non solo contribuendo a ricreare la densa atmosfera che si respira durante tutta la proiezione, ma assumendo un ruolo equivalente a quello di un vero e proprio personaggio, con un suo specifico ruolo nel dipanarsi degli eventi.

Se quanto detto finora vi ha incuriosito e vi state chiedendo se questo film possa incontrare i vostri gusti, vi do qualche dritta.
Se avete problemi con i film dell’orrore, non avete nulla da temere da questa pellicola.   “I bambini di Cold Rock” si serve di diversi strumenti e tecniche tipiche degli horror, ma non si pone come obiettivo quello di spaventare lo spettatore, limitandosi ad offrirgli solo molta tensione e una bella storia, ricca di sorprese.

Quello che non dovete aspettarvi sono mirabolanti scene d’azione, e grandi spargimenti di sangue: questa pellicola non ha nulla a che spartire con il genere degli Slasher e, se vi recate in sala aspettandovi di vedere l’ennesimo clone di Scream, rimarrete delusi.
Il ritmo del film è altalenante, ma, per la maggior parte del tempo, non è particolarmente sostenuto. Laugier si prende il tempo necessario per raccontarci la sua storia, definire i personaggi e ricreare l’atmosfera giusta. Gli eventi seguono le loro tempistiche, che, se non sono certamente quelle di un “Die Hard” o di un “Mission Impossible”, non corrono nemmeno il rischio di risultare stancanti come quelle di un “la Talpa”. Non avrete quindi bisogno di assumere anfetamine per mantenere la concentrazione durante la proiezione, né necessiterete di tranquillanti una volta usciti dalla sala.

Concludendo, “I bambini di Cold Rock” è un ottimo film: e’ originale, il che non è poco, ed è sceneggiato e girato con una certa perizia. Poco di più e sarebbe stato un vero e proprio capolavoro del genere. Purtroppo un cast onesto, ma non eccelso, la mancanza di scene davvero memorabili e la presenza di qualche piccola pecca sul finale gli impediscono di raggiungere le vette sperate, ma, nonostante ciò, ci troviamo di fronte ad uno dei prodotti più validi degli ultimi tempi.
Non abbiate quindi alcuna remora a sborsare i soldi per andarlo a vedere al cinema o per acquistarne il blue ray (quando sarà disponibile): non ve ne pentirete di certo.


Anno: 2012

Regista: Ridley Scott

Sceneggiatura: Jon Spihts, Damon Lindelof, Dan O’Bannon, Ronald Shusett

Genere: Fantascienza

Guarda il trailer

Era il secolo scorso. Il cielo era azzurro, le rose rosse, ogni arcobaleno portava ad una pentola d’oro nascosta in un bosco fatato e i bambini buoni dormivano il sonno dei giusti e degli innocenti, senza nulla da temere. Ma, nelle tenebre, qualcuno tramava per distruggere questo scenario idilliaco; un uomo crudele e malvagio, dall’immaginazione contorta: Ridley Scott.

In una notte buia e tempestosa, Ridley prese il suo telefono fatto di ossa umane e compose il numero dell’unica altra persona che condivideva la sua distorta visione della realtà: l’artista noto ai più come H.R. Giger.
Sentendo il suono del telefono, Giger sorse dalla sua vasca di incubazione e, ancora avvolto nei tubi biomeccanici che gli fornivano nutrimento, lasciò che il parassita neurale che si annidava nel suo cranio lo collegasse al suo cordless senziente.

“Ciao Gigio” disse Ridley in tono gioviale, anche se dentro provava solo rancore “scusa se ti disturbo a quest’ora…” Dall’altro capo del telefono le bocche a matriosca di Giger emisero solo un sonoro rigurgito, seguito da uno sbavante risucchio e da un ronzio. Tutto ciò Ridley lo interpretò come un “Ehi non c’è problema amico, stavo giusto per alzarmi, anzi mi fa proprio piacere sentire la tua voce. Ti offrirei un caffè se fossi qui, ma non ci sei ah-ah, ah-ah, quindi orsù dimmi: cosa ti serve?” Scott si sentì quindi autorizzato a proseguire.
“Andiamo subito al punto” disse allora, con tono deciso “questo mondo paradisiaco mi ha stufato. Tutti quei bambini felici, le stelline sorridenti, le fatine e i pony… i pony sono la cosa peggiore… E’ ora di finirla.”

L’urlo del cordless vivente straziato dalla sofferenza mentre la bava acida di Giger lo corrodeva lentamente comunicò a Ridley l’innegabile interesse del suo interlocutore e, così, il regista in erba, illustrò all’artista venuto dalle tenebre il suo aberrante piano.

Insieme i due crearono qualcosa, una creatura, un mostro terribile e letale che per lungo tempo impedì ai bambini di ritrovare la pace nei loro sogni… poi arrivò James Cameron e i marines e Alien entrò nella leggenda.

Ora una precisazione. Sono sicuro che alcuni staranno pensando che ho esagerato nel ritrarre in questo modo il povero H.R. Giger. Bene. A tutti voi consiglio di dare un lungo, approfondito sguardo a questa foto:

 

H.R.Giger

 

E, con questo, l’inevitabile premessa, necessaria per parlare di questo Prometheus, sarebbe conclusa, se potessi dare per scontato che voi sappiate che cos’è Alien, ma, dato che il mondo non è perfetto, è possibile che voi vi siate persi uno dei capisaldi della fantascienza moderna e questo mi costringerà ad essere un po’ più chiaro. E non crediate, nemmeno per un momento, che non sia seccato dalla vostra inadeguatezza!

Alien è un film del 1979 che vede l’equipaggio di una nave spaziale alle prese con una minaccia aliena di origine sconosciuta. Lo so, dal titolo non l’avreste mai immaginato.
Sebbene Ripley, il personaggio da Sigurney Weaver, sia di fatto il protagonista del film, il vero cuore di tutta la pellicola, e la ragione del suo successo, è proprio la creatura aliena. Studiato nei minimi dettagli, a partire dal suo disgustoso sistema riproduttivo e dotato dell’inquietante look tipico delle opere di Giger, lo xenomorfo, questo il nome che col tempo è stato affibbiato alla creatura, si è da subito insidiato nell’immaginario collettivo, proprio come le sue larve si annidano nel corpo degli esseri umani.
Ad Alien è poi succeduto Aliens, seguito girato da James Cameron, che ha indubbiamente superato l’originale, consacrando definitivamente la saga nell’olimpo della fantascienza e portando alla realizzazione di altri due film e di una serie di spin-off cinematografici e non, dall’altalenante successo.

Tutto ciò ci ha portati oggi a questo Prometheus, film con il quale Ridley Scott riprende di fatto possesso della sua creatura, per spiegarci come tutto ebbe inizio.
Prometheus è quindi un prequel e, sebbene io di solito non apprezzi per niente operazioni di questo tipo, devo dire che in questo caso ero abbastanza curioso di vedere cosa il buon vecchio Ridley avesse in serbo per noi.

Il primo impatto col film è innegabilmente ottimo. La fotografia è ai massimi livelli, gli effetti speciali sono all’altezza delle aspettative senza risultare invadenti e tutto il film è caratterizzato da scelte cromatiche che, a mio parere, riescono davvero a creare un’atmosfera particolare, forse ancora migliore di quella degli altri film della serie.  I personaggi non sembrano i soliti stereotipi, ma trasudano potenziale e danno l’idea di essere tutti affetti da serie turbe mentali, che li rendono perfetti per supportare una trama interessante come quella che ci viene presentata nei primi minuti del film.
Giusto, la trama.
Prometheus è una nave spaziale il cui variegato equipaggio sta cercando di portare a termine un’ambiziosa missione scientifica: contattare una razza aliena che potrebbe aver dato inizio alla vita sulla terra. Inutile dirvi che la missione, che già pare difficoltosa, si trasformerà ben presto in un incubo letale.

Gli attori nel complesso fanno tutti il loro lavoro. Michael Fassbender fa decisamente di più e giganteggia nel ruolo dell’androide David, il personaggio in assoluto più riuscito del film.

Purtroppo la protagonista Elizabeth Shaw (Noomi Rapace), l’archeologa che da il via spedizione, risulta afflitta dalla maledizione che tormenta tutti i protagonisti di qualunque storia: la maledizione della piattezza. Per questo, pur risultando abbastanza convincente, non riesce ad emergere allo stesso modo.
Siamo però disposti a perdonarla, perché, nel corso del film, ci gratifica regalandoci una delle scene più magnificamente atroci che si siano viste ultimamente al cinema, una scena che da sola, a mio parere, può giustificare la visione del film.

Ho trovato il resto del cast nella media, anche se va detto che quasi tutti i personaggi riescono a costruirsi una loro caratterizzazione e a rimanere impressi nella memoria, segno che la media è abbastanza alta.
Tra i personaggi secondari-ma-non-troppo è impossibile non citare Meredith Vickers (Charlize Theron), una vera e propria Cold Hearted Bitch che, fin dalla sua comparsa, nei primi minuti del film, sembra porsi in diretta competizione con Ripley e Vaquez per il titolo di “donna più tosta della serie”. Purtroppo tutto questo potenziale va sprecato e la sceneggiatura non riesce a sfruttarlo, se non in modi fin troppo prevedibili e banali.
E questa considerazione, ahimè, ci porta alle note dolenti. Tutto il film è un po’ come il personaggio della Vickers: grandi potenzialità che non vengono mai davvero sfruttate, se non in modo sconclusionato.

Gli esempi si sprecando davvero nel corso dei 124 minuti di durata della pellicola, tanto che alla fine non si capisce bene che cosa si sia visto. La storia ha un suo filo conduttore che risulta abbastanza chiaro, ma il modo in cui da una premessa si arriva alla conclusione è confuso, frammentario e pieno di elementi che rimangono sospesi, senza un reale collegamento con il resto del plot.
In questo contesto anche un personaggio davvero superbo come David non viene utilizzato in modo inadeguato e le sue azioni, per quanto siano fonte di continuo interesse e sorpresa per lo spettatore, non vengono spiegate né motivate se non in modo estremamente vago. Se questo non bastasse, quelle azioni, che hanno un impatto non trascurabile sull’evolversi della trama, rimangono per buona parte fini a sé stesse.
Arrivati a metà film si ha quasi la sensazione di assistere a tre o quattro storie diverse: ci sono l’archeologa e suo marito, la Vickers e David e poi ci sono un paio di personaggi abbastanza idioti sui quali non voglio dilungarmi per non svelarvi troppo. Tutti slegati gli uni dagli altri.
E questo non vuol dire che non interagiscano tra di loro, ma ognuno di loro sembra seguire un suo copione, con suoi obiettivi che, in alcuni casi, non ci vengono mai comunicati, rendendo il tutto un po’ troppo fine a sé stesso per i miei gusti.

Il film è poi afflitto da alcune scene che mancano totalmente di qualunque logica o senso.
A questo punto muoio dalla voglia di parlarne in modo esplicito, ma, per il bene di coloro i quali ci tengono a vedere questo film senza sapere nulla, mi tratterò…

No ci ho ripensato. Saltate pure la prossima sezione, racchiusa dai tag spoiler oppure fate a meno poi di venire a lamentarvi col sottoscritto!

 

[SPOILER]

 

 

TOP WORST PROMETHEUS SCENES:

 

5) Per fare una nave spaziale, si sa, serve una cosa di fondamentale importanza: l’ossigeno. Senza l’ossigeno si muore.
E per contenere l’ossigeno si usano di solito dei grandi contenitori o bombole piazzati in posti strategici e tendenzialmente sicuri. Si fa questo per svariati motivi tra i quali c’è anche il fatto che al mondo esiste una cosa che davvero non va d’accordo con l’ossigeno: il fuoco. Quale arma portereste quindi in una missione spaziale se non un fantastico lanciafiamme?
Comodo. pratico, economico. Il lanciafiamme è un arma affidabile e, concedetemi il gioco di parole, poco propensa al backfire. Piace ai bambini, è comodo durante le grigliate e d’estate, con le zanzare, ma, soprattutto, è un’arma che chiunque, anche il più inetto scienziato pacifista può usare senza problemi. Voglio rovinarmi, se lo acquistate vi do in omaggio anche un accendino firmato Weyland-Yutani.

4) Nella missione c’è una specie di punk. Non è chiaro come un soggetto del genere sia stato selezionato, ma possiamo presupporre che questo improbabile evento sia dovuto alle sue innegabili capacità. Il suddetto brutto ceffo è infatti l’addetto alle mappe ed è pure un geologo, quindi, per quanto non sia decisamente il massimo affidarsi ad un punk per questo genere di cose e, per quanto il soggetto in questione sia chiaramente un idiota, siamo sicuri che capisca qualcosa in più rispetto all’uomo medio di rocce, grotte e geografia sotterranea. Ora, vediamo un po’, chi sarà mai l’uomo che si perde nelle suddette grotte? /facepalm
Aggiungerei che tutto il resto della spedizione fa ritorno sulla nave, ORE DOPO, e in mezzo ad una tempesta, ma nessuno, NESSUNO, pensa nemmeno per un momento di contattare quell’idiota del geologo e quel cerebroleso del suo amico biologo (vedi di seguito).

3) Insieme al geologo di cui sopra abbiamo anche un utilissimo biologo(interpretato da un povero Guy Pearce, mai così sprecato). Si suppone anche in questo caso che un biologo sappia che certi organismi, in particolare quelli alieni che emergono da uno strano liquido nerastro, possano essere nocivi per la salute. E’ quindi logico che questo biologo si metta a coccolare una disgustosa sanguisuga aliena  invitandola di fatto a spezzargli il braccio, rompergli la tuta e infilarsi lungo la sua trachea (o esofago)… almeno il geologo era strafatto di marijuana, ma lui che giustificazione aveva per la sua idiozia?

2) In ogni missione scientifico/spaziale, vigono delle precise norme di sicurezza. Non aprire il portellone mentre la nave si trova fuori dall’atmosfera, non usare un lanciafiamme sulla nave, mantenere un canale di comunicazione con il resto del gruppo e, soprattutto, mai, per nessun motivo al mondo, ma proprio mai mai mai, togliersi quel dannato casco! Non importa se l’aria è respirabile e profuma di arbre magique! Un archeologo un biologo e un geologo (entrano in un bar) non arrivano a capire che un microorganismo del cavolo potrebbe ucciderli tutti se si tolgono quel dannato casco? ma dai…

1) Il top del top. Cosa fareste voi se una nave spaziale gigante stesse rotolando sul suolo travolgendo tutto e minacciando di schiacciarvi? Ma è ovvio! Continuereste a correre nella sua ombra nella speranza che… non so… una folata di vento la faccia deviare? Inciampi e cada di lato? In questa scena magistrale si vede la differenza tra una che si è laureata (l’archeologa) e una pezzente qualunque: la prima capisce che deve spostarsi di lato, la seconda invece evidentemente non riesce a concepire questo complesso pensiero… con prevedibili conseguenze.

 

[/SPOILER]

 

 

Insomma, come spesso accade ultimamente il problema di Prometheus sta tutto nella sceneggiatura. E ora, io non voglio essere cattivo, ma perché diavolo tra gli sceneggiatori di un film con Prometheus compare il nome di Lindelof? Siamo per caso votati al fallimento?
Se non sapete chi sia costui, vi comunico che si tratta di uno dei principali responsabili della trama (o della deriva) di Lost e, se anche questo nome non vi dice nulla, consideratevi fortunati, ma anche molto sfortunati…

Se invece non siete d’accordo con la mia valutazione negativa del finale di Lost: quella è la porta!

Si, dall’ultima recensione ho ristrutturato

 

In ogni caso non voglio dire che sia colpa di Lindelof se l’esperimento Prometheus è fallito (perché è fallito) ma conoscendo i suoi trascorsi, il dubbio permane.
Ma basta con quest recriminazioni. Questo non è un tribunale e io non sono certo qui per individuare un colpevole. Al di là delle colpe, quindi, che dire di questo film?
Come vi sarà ormai chiaro, il potenziale c’era, ma, purtroppo, non è stato sfruttato, causa una sceneggiatura confusionaria, inconcludente e, a tratti, illogica. Questi difetti tutt’altro che trascurabili fanno si che il film non sia altro che un bellissimo esercizio di arte fotografica, con tanta atmosfera, ma zero sostanza.
Un peccato davvero.
Come se non bastasse, sappiate che il film da solo non basta a spiegare tutto l’antefatto di Alien, lasciando più di una domanda senza risposta e, anzi, creandone di nuove.
Forse l’idea era quella di realizzare un sequel che tappi finalmente tutti i buchi, ma, se posso dire la mia, si tratta di un’idea che spero vivamente non si concretizzi.

 

 

 


Anno: 2012

Regista: David R. Ellis

Sceneggiatura: Will Hayes, Jesse Studenberg

Genere: Horror

Guarda il trailer

Dopo la noiosissima recensione della volta scorsa ci voleva proprio un bel filmone come questo Shark 3D. Guardando trailer, locandina e titolo non si può non pensare all’eccelso, maestoso sovrano del subacqueo regno degli horror marittimi: Piranha 3D! Un capolavoro assoluto.
Potete quindi capire quanto fossi desideroso di vedere un nuovo esponente di questo genere che ha vissuto in sordina dai tempi del mitologico “Lo Squalo” (1,2,3,4…mila): una delle più celebri opere dello Steven Spielberg dei tempi che furono… quello che sapeva fare film.

Dopo aver tentato infruttuosamente di vedere per ben due volte questo capolavoro annunciato, per vostra fortuna, ci sono finalmente riuscito e ora sono qui per svolgere il mio dovere di recensore. Per voi! Tutto solo per voi! Ma mi ringrazierete più tardi, ora proseguiamo.

Per rendere più avvincente e più difficile da comprendere (per le vostre menti semplici) questa recensione, ho deciso di scriverla mentendo dall’inizio alla fine. Siete avvisati, da questo momento tutto quello che dirò sarà la pura e semplice VERITA’.

Prima di tutto occorre precisare che, contrariamente a quello che vi farà credere l’ingannevole trailer, questo film non parla affatto di squali. Non c’è nessuna tranquilla cittadina che viene colpita da uno tsunami, nessun gruppo di superstiti male assortiti intrappolati in un supermercato allagato e, come dicevo poc’anzi, assolutamente nessun pescecane assetato di carne e sangue.

No, signori. Il film parla di un gruppo di persone normali, come me, voi, essi.. e delle intricate relazioni che li legano l’uno all’altro in una fitta rete, tanto inestricabile quanto improbabilmente improponibile. La trama intera si regge quindi su questo insieme di legami e su ciò che comportano per i personaggi: chi è il ragazzo di chi, chi era il ragazzo di prima e come è morto, chi è il proprietario di quel cane, perché questo tizio fa una rapina, eccetera, eccetera..
A riprova di questo fatto l’imprevedibile sceneggiatura ci regala intensi momenti di auto-confessione spontanea dei personaggi, che si (e ci) raccontano, svelando gli ingranaggi che ne muovono l’articolato carattere.
E’ ora quindi inevitabile che mi dilunghi sul nostro manipolo di carismatiche figure.
In ordine di importanza abbiamo:

– La Bimbo: motore dell’intera vicenda. Lei e il suo cane sono il fulcro attorno al quale ruota tutta la storia.. davvero non saprei come parlare di questo film senza menzionarla. La sua figura è imprescindibile, inevitabile… come la morte. (Ndr se non sapete cos’è una Bimbo… questa è la porta)

Si, inquieta anche me

– Il Cattivo: non un cattivo banale, ma un personaggio complesso le cui infinite sfaccettature possono essere riassunte con un unico, preciso, aggettivo: stupido.

– L’Eroe-1: più che un eroe, un anti-eroe. Forse il personaggio con più spessore di tutto il film… decisamente non riconducibile ad uno di quegli stupidi cliché tipo: “Oh no! Il mio amico è morto e ora io sono tormentato dalla colpa e ho perso la ragazza perché NON MI POTEVO PERDONARE!!”.. nossignore, no!

– La Ragazza: una gran gnocca. Non potevamo desiderare di meglio.. e non è solo bella, è anche brava!

– La Ragazza Dark Problematica: l’originalità del suo personaggio è paragonabile solo a quella dell’eroe e, cosa più sorprendete di tutte, non è Dark per un qualche oscuro evento passato e non, ripeto NON è in rotta con il padre!

– Il Poliziotto: non pensate nemmeno per un secondo che si tratti del padre della Ragazza Dark Problematica.

– L’Eroe-2: di questo personaggio davvero non potevamo fare a meno, quasi quanto della Bimbo (spero di non dovervi indicare nuovamente la porta, avete avuto tempo per aprire wikipedia). Per fortuna i due interagiscono ampiamente col resto del gruppo.. non è come se si trovassero da tutt’altra parte per un buon 90% della trama.

– Il Buon Cattivo: ha il carisma di Vegeta e la mente di Macchiavelli.

Direi che per i nostri scopi questi personaggi possono bastare. Tra gli altri, menziono rapidamente solo l’Eroe-3, il Capo dell’Umbrella Corporation e il Poliziotto Grasso, tutti personaggi fondamentali per quel genere di cose che sono importanti in un film horror.. lo so che avete capito.

Ah giusto dimenticavo.. lo squalo!

Come dite? Ho detto che non c’erano squali? Non dite sciocchezze, non avrei mai detto una simile fesseria.

Dunque lo squalo è una specie di micetto coccoloso di piccole dimensioni, con due sostanziali differenze rispetto ad un micetto coccoloso:

– ama l’acqua

– in questo film non pare molto interessato al pesce, quanto piuttosto.. ad altro… e non parlo delle coccole.

Here kitty, kitty!

Devo dire che l’interpretazione dello squalo mi ha colpito piacevolmente, tanto che la nomination per l’oscar mi sembra inevitabile. Certo non siamo ai livelli dello squalo mangia-barche di Spielberg, né certamente raggiungiamo le vette ancor più alte (letteralmente) del mangia-aerei di Mega Shark vs. Giant Octopus. Il vero villain di Shark 3D si limita a cibarsi con gusto dei protagonisti, ma è evidente che il regista ha, in questo caso, privilegiato l’aspetto drammaticamente realistico della pellicola e ha quindi resistito all’impulso di abbandonarsi alla più bieca spettacolarizzazione. Una scelta azzeccata, non c’è che dire.

Con questo magnifico cast realizzare una trama avvincente e piena di colpi di scena, mai scontati, deve essere stato semplicissimo per gli sceneggiatori e, infatti, Il film riesce ad essere imprevedibile dall’inizio alla fine e tiene lo spettatore incollato anche nei momenti di auto-confessione che ho menzionato in precedenza. Anzi proprio questi sono le parti più riuscite, emozionanti e… e….

…del film.

Bene, cosa resta da dire?

Ah, ecco, il 3D. Il 3D, la tecnologia che ha davvero rivoluzionato il mondo del cinema e la nostra concezione di “Buon Film” negli ultimi anni, svolge anche in questo caso un ruolo fondamentale. La sua presenza sottolinea ed esalta i più drammatici momenti della trama e contribuisce a calare lo spettatore nell’atmosfera, senza scene pacchiane come le seguenti:

– Uccellaccio nero che vola verso lo schermo.

– Squalo che sbalza l’inquilino di una tavola da surf verso la stratosfera.

Direi che mi sono spiegato a sufficienza, ma per amore della precisione, non posso che affermare senza ombra di dubbio che, in quest’opera, il 3D è sapientemente miscelato col 2D in modo da non risultare mai forzato, né fine a se stesso. Quel 3D nel titolo non è solo uno specchietto per le allodole fatto per spillarvi qualche euro in più, ma è anzi un simbolo, un vanto, una medaglia all’onore cinematografico.

Insomma, potrei andare avanti per ore a discorrere di questo sublime masterpiece, ma sono certo che tutti voi, chiavi in mano, starete già correndo verso la porta, incapaci di trattenere la smania di fiondarvi al cinema e godere di questo spettacolo per gli occhi, di questo gratificante cibo per le vostre meningi, di questo ineffabile oggetto del desiderio.

Credetemi quando vi dico che è a malincuore che mi costringo a posare la penna, perché niente mi renderebbe più felice che parlare, per ore e ore, con voi, di Shark 3D. Niente, nemmeno uscire con una mezza dozzina di avvenenti lascive fanciulle che, se interessate, possono comunque provare a contattarmi tramite questo blog. Non sia mai che, mentre rimugino sul più bel film di sempre, riesca a ritagliare qualche minuto anche per loro.